—Orbene, vi confido una cosa; ma, intendiamoci, veh!
—Acqua in bocca, non dubitate. Son segreto come la torre del palazzo
Ducale.
—Lo credo, e appunto per ciò m'è venuto in mente di aprirmene con voi. Si tratta dei miei padroni, i quali tuttavia non sanno nulla di ciò che vorrei fare per essi. Hanno fatto tanto bene a me, che se potessi farne a loro, mi parrebbe di restar sempre da meno. Insomma, per farvela breve, da due mesi si è debitori della pigione al padrone di casa.
—Oh povero signor Salvani!—disse il Bello, facendosi innanzi coi gomiti sulla tavola, in atto di affettuosa sollecitudine.—E il padrone sarà un cane dei soliti….
—Peggio di un cane!—soggiunse Michele.—Costui, figuratevi, s'è fitto in capo un suo sconcio disegno…. Ma per l'anima di…. l'ho a conciar io come va, quel villano rifatto!
—Ma che c'è? Io non v'intendo.
—Eh, non avete capito? La padroncina, che, a dirvela di passata, è bella come la madre nostra, l'Italia, gli ha fatto gola. Egli ha saputo che la signorina Maria non è altrimenti sorella del signor Lorenzo; e siccome chi mal fa peggio pensa, s'è posto a molestarla con le sue smancerie e con le sue proposte da chiasso.
—Che cosa mi dite voi mai?—esclamò il Garasso, che non perdeva una sillaba di quel discorso, e andava mescendo di tratto in tratto a Michele, per farlo cantare.—Gli è proprio un mascalzone, costui!
—Ah, Garasso! c'è della gran brutta gente a questo mondo! Il signorino con la scusa della pigione, s'è introdotto in casa. Da principio era più riguardoso; ma questa mane, credendosi solo con la signorina, ha lentate le redini. Gli aveva fatto i conti senza Michele, il poveretto! Io son capitato sul buono, e con queste dita che vedete l'ho afferrato pel collo e gli ho dato certe picchiate che se ne vorrà ricordare per un pezzo.
—Bravo Michele! Questo si chiama ragionare. Io bevo alla vostra salute.