—Ed io alla vostra. Datemi da bere. Non so, ma a parlare di quel marrano, mi si rimescola il sangue, e mi s'inaridisce la gola.

—Segno che si ha da bere!—disse con aria grave il Garasso.—E poi, come l'è andata?

—L'è andata che il signorino è montato in bestia, e se domani non ha il suo denaro, manderà l'usciere e la carta bollata. Io non ne ho potuto dir nulla al signor Lorenzo, perchè lo conosco; è uomo che si riscalda facilmente, e, non avendo la pecunia gli rincrescerebbe troppo…. mi capite?

—Sì, di non avere il denaro per poterglielo dare sul grugno.

—Bravo, così appunto volevo dir io. Ed ecco perchè ho pensato a voi. Il mio amico Garasso, ho detto tra me, è uomo a cui non fa nulla un dugento lire di più o di meno, e poichè conosce il signor Lorenzo, e sa che questi non istarebbe molto a restituirgliele, potrà metterle fuori per amor suo e mio; non è vero?—

A queste parole il Bello fece il muso lungo, e dopo essersi dato un colpo della mano sulla fronte, così parlò con aria malinconica:

—Ah, Michele, Michele! Perchè non dirmelo ieri?…

—Oh bella!—rispose l'altro trepidante;—perchè ieri non eravamo al punto che vi ho detto. Stamane soltanto siamo venuti alle strette.

—Avete ragione; non ci pensavo più. Ma vedete, il vostro guaio mi fa perdere il capo. Ieri, figuratevi, ho giuocato…. Maledetto vizio! Ma vi assicuro che è stata l'ultima volta, e non mi ci colgono più. Intanto mi sono squattrinato, e salvo quel poco danaro delle male spese, non ho più nulla, più nulla.—

S'immagini il lettore come rimanesse Michele a quel racconto del Bello. Gli cascarono le braccia, e non ebbe più la forza di accostarsi alle labbra una infilzata di fette di tartufi che aveva con tanta cura accomodate sui rebbi della forchetta.