Come fu all'ultimo piano, il nostro Michele trovò faccia di Legno. Stette un po' come smemorato, ora tastando l'uscio per cercare la corda del campanello, che pure ci aveva ad essere, ora le tasche della giubba, per cercare la chiave, che non c'era per fermo; finalmente, traendo una giustissima conseguenza da due premesse ignote, uscì in queste parole:
—Non c'è che dire; sono un po' brillo.—
Dalla confessione alla penitenza non c'era altro che un passo. E Michele, per fare la penitenza, si lasciò andare sul pavimento, si accoccolò alla meglio col capo sulla soglia di casa, e non passarono cinque minuti che egli aveva già legato l'asino a buona caviglia.
XXI.
La dimani d'una brutta giornata.
Ognuno s'immagina come avesse a stare delle membra e dell'animo il nostro Michele la mattina vegnente.
Soltanto il cane, quando ne ha fatto qualcheduna delle sue e nella sua testolina da bestia più ragionevole di tante altre accorgendosi di aver meritate le busse, mette la coda fra le gambe e non trova un angolo abbastanza buio per nascondersi, soltanto il cane, diciamo, potrebbe darci un'immagine di quello che fu il povero veterano d'America, quando i primi raggi del sole furono venuti a svegliarlo.
Intirizzito dal freddo, indolenzito per tutte le giunture, si alzò sui gomiti e, guardatosi dattorno, si avvide di aver dormito sul pianerottolo di casa. Sulle prime non voleva aggiustar fede a' suoi occhi; però, credendo di sognare, se li stropicciò più e più volte con le ruvide dita. Ma non c'era verso che lo spettacolo mutasse: egli era proprio sul pianerottolo, e lì presso al suo capo era l'uscio di casa.
—Che diamine!…—esclamò egli allora, cercando di richiamare i suoi pensieri a capitolo, come tanti canonici.
E i pensieri vennero, e il nostro Michele allora si risovvenne di tutto, e perfino della corda del campanello ch'egli aveva inutilmente cercata.