—E pilastro!—soggiunse ridendo il Bello.—Eccovi infatti a casa vostra.
—Sì, è proprio casa mia! Cioè…. di mastro Ceretti. Se fosse mia, l'avrei già venduta…. per pagar la pigione…. Ma, a proposito, e quella faccenda?… Mi avete promesso…. Sapete pure!…
—Non dubitate. Domattina andrò dall'amico. Alle due vi aspetto sotto i portici del teatro Carlo Felice, per darvi la risposta. Andate dunque, da bravo!
—Sotto i portici?… Sta bene;—proseguì Michele con quella cascaggine di discorso e di gesti che è propria degli ubbriachi.—Vi aspetterò sotto i portici, accanto al primo pilastro. Pilastro! A proposito. Oreste e Pilastro, non è egli vero? Pilastro, sicuro; amici come Oreste e Pilastro. Bravo Garasso! Vi voglio un gran bene.—
Al Bello ci volle di molto per liberarsi dalle strette di Michele; e certo, se non era il ricordo di tutte le cose che gli aveva cavate di bocca e la speranza di cavargliene ancora, quello squassaforche avrebbe perduto la pazienza e avrebbe mandato il suo Pilade a quel paese.
—Andate, suvvia, andate, e soprattutto badate a non dar del naso per le scale. Tenetevi al muro!
—Oh, non dubitate. Non sono mica ubbriaco, io. Ho le gambe un pochino impacciate…. ma la testa è salda, la testa! Bravo Garasso! Amicone! Buona notte, e il cielo vi guardi dalle cattive disgrazie.
—Sì, state sano; buona notte!—
E così dicendo, il Garasso, per non aver più tempo a perdere con
Michele, se ne andò via difilato verso Soziglia.
Michele si provò a dargli ancora la buona notte; ma, non udendo risposta, si inerpicò al buio fino all'ultimo piano; viaggio che durò una buona mezz'ora, con tutte le fermate, con tutte le peripezie dei viaggi, e con un monologo scucito per giunta alla derrata.