Aspettare e non venire è una cosa da morire; così dice il proverbio. Ora, se Michele non moriva, certo era in agonia, e se non mandava pel prete, si votava per contro a tutti i diavoli dell'inferno. Vennero le due e mezzo, ed egli era ancora a recitare sotto i portici il paternostro della bertuccia. Ma allora andò fuori dei gangheri, e dopo aver dubitato dell'amicizia in genere e perfino di quella esemplarissima di Oreste e…. e aiutatelo a dire, si mosse per tornarsene a casa. Se egli avesse saputo dove stava di casa il Bello, sarebbe andato a cercarlo; ma non sapendone nulla, pensava di ricattarsi la sera in qualche sala da biliardo, o in qualche osteria, dove bazzicava l'amico.

Il nostro Michele non si sarebbe doluto tanto di non vedere il Bello, se avesse saputo perchè la sua padroncina era contenta, quando egli s'era alzato da letto.

Abbiamo narrato nel capitolo precedente che Lorenzo Salvani, uscendo di casa, era andato a' Banchi per salutare l'Assereto. Quello non era un amico dei soliti, un amico del buon tempo, e Lorenzo poteva dire di lui come Beatrice di Dante: «__l'amico mio e non della ventura__». L'Assereto aveva notata la tristezza di Lorenzo, e lo aveva tanto incalzato di affettuose domande, che questi gliene aveva detta finalmente la cagione.

L'amico non era ricco; ci correva anzi di molto! Sudava le intiere giornate per tirarla innanzi onestamente, e non aveva i gruzzoli di monete, da far comodo altrui. Ma egli era, come i lettori sanno, un ottimo giovanotto ed aveva molti e schietti amici, in quella classe dove abbondano gli onest'uomini, i cuori larghi tanto, sebbene il nome di mercatanti, di gente da traffichi, sia quasi tolto in mala parte dagli ignari delle costumanze del mondo.

Ad uno di questi amici pensò l'Assereto di chiedere a prestanza il denaro che poteva occorrere a Lorenzo, e frattanto lo confortò a star di buon animo, che la mattina vegnente egli avrebbe accomodato ogni cosa.

E tenne la promessa. Aveva avute nella sera trecento lire, e quando Lorenzo tornò a' Banchi nella mattina, il buon Assereto si procacciò la consolazione di far da banchiere all'amico.

Le cose narrate spiegano il perchè Maria apparisse tanto gaia a Michele, quando egli scese dalla sua cameretta. Lorenzo, prima di uscire di casa per andare a prendere il danaro, aveva narrato alla sorella del cortese aiuto proffertogli dall'Assereto; e la buona Maria s'era dimenticata di tutti i suoi dolori, per partecipare alla contentezza del giovine. Essa non gli aveva detto nulla dell'insolenza del Ceretti e de' suoi ardimenti ingiuriosi. Però il Salvani, appena fu tornato dalla piazza de' Banchi, salì tranquillamente al primo piano, in casa Ceretti.

Il biondo Arturo era seduto alla sua scrivania, in mezzo a fasci di carte bollate e non bollate, scritte di locazione, atti di citazione, conti di capomastri e va dicendo. Impallidì, come vide Lorenzo entrar nella camera, e pensò che fosse venuto a chiedergli ragione della scena del giorno innanzi; laonde stette con l'animo sospeso, aspettando che parlasse.

—Signor Ceretti,—disse Lorenzo,—vengo a pagarle la pigione. Ella vorrà tenermi per iscusato, se l'ho fatto aspettare.—

Il biondo Arturo rispose con un cenno del capo che pareva significasse una cortese condiscendenza, e non era altro che effetto del suo turbamento.