—Non ho ardito…. anzi, a dirla schietta, non ho potuto. Ho cercato un pezzo la corda del campanello, e non ne sono venuto a capo. Ero un po'…. mi capisce?

—Sì, vi capisco. Andatevene a letto, povero Michele. Lorenzo non si è avveduto di nulla.

—Andate a letto? No, certo, padroncina. Ho da andare per la spesa.

—Che! avete tempo più tardi, e busserò io all'uscio per risvegliarvi tra un paio d'ore. Andate, Michele, da bravo! Avete gli occhi così gonfi!—

Michele, tra spinte e sponte, se ne andò su per la scaletta fino al soppalco del tetto, dov'era la sua cameruccia, e si pose a letto. Ma non gli venne fatto di prender sonno. Il rammarico di avere alzato un po' troppo il gomito, il rimorso di aver chiacchierato e l'ansietà di andare al convegno del Bello per le dugento lire, non gli lasciarono chiuder occhio.

Però egli udì Lorenzo alzarsi dal letto, e più tardi uscire di casa. Suonavano appunto le dieci all'orologio delle Vigne. Allora egli, che, se non aveva dormito, s'era almeno levato il freddo dalle ossa, balzò dal letto a sua volta, e volle uscire per la spesa consueta.

La padroncina era più contenta quando egli discese, e si fece anzi a dargli cortesemente la baia per la sua scappatella notturna; la qual cosa gli parve di buon augurio e gli fece andar fuori del capo tutta la malinconia.

—Rida, rida, la mia buona padroncina!—diceva egli in cuor suo.—Ella sarà due volte più allegra quando tornerò a casa coi denari della pigione, e li snocciolerò sulla tavola. Ma che dico sulla tavola? O non sarebbe meglio portarli a dirittura giù a quel brutto muso del padrone di casa? Gli ha già sentito il peso delle mie dieci dita, e non sarà forse male che io gli metta fuori un marenghino per dito, a mo' di consolazione. Sì, certo, farò così; se non gli garba, mi rincari il fitto, che intanto non s'ha voglia di rimanerci molto, nella sua casa!—

Questi pensieri lo tennero in aria fino alle due dopo il mezzodì. Era quella, se i lettori rammentano, l'ora del ritrovo col Bello; e il nostro Michele, per non far aspettare l'amico, s'era andato ad appostare mezz'ora prima sotto i portici del teatro Carlo Felice.

Ma aspetta, aspetta, il Bello non veniva. Michele ad ogni tratto si affacciava alla invetriata della bottega da caffè del Teatro per misurare sull'orologio, che era presso il banco della padrona, il cammino del vecchio alato che ha la falce e la clessidra in mano. Il tempo passava; erano già le due e un quarto, e l'amico non si vedeva spuntare da nessun lato.