—Ed ora,—ripigliò Michele,—venivate a cercarmi?
—Sì, ma giunto all'ultimo piano, e mentre stavo lì per dare una strappata al campanello, ho pensato che non era prudente farmi scorgere dai vostri padroni. Il signor Lorenzo poteva vedermi, e voler forse sapere che negozi io ci abbia con voi.
—E non avete suonato?
—No. Garasso, dissi tra me, non facciamo sciocchezze! Scendiamo in istrada, ed aspettiamo Michele. È un uomo casalingo; se è fuori per cercare di noi, non istarà molto a ritornare.—
Michele non poteva trovar nulla a ridire nel discorso del suo Oreste. Egli trovava il Bello nella sua scala, e questo era segno che l'amico non lo aveva punto dimenticato. Il vino gli aveva fatto uscir di mente il luogo del ritrovo: ma che perciò? Quel liquido malaugurato aveva pure impedito a lui di trovare la corda del campanello!
—Avete ragione;—diss'egli adunque.—Ritorno infatti dal luogo che mi diceste ier sera. Perdonatemi ora, se ho pensato un po' male di voi.
—Oh, Michele!—esclamò l'altro, con aria dolente.—potevate voi
credere che dimenticassi l'amico?
—L'ho creduto, ho fatto male, e vi prego di perdonarmi. Ma veniamo al buono; i cum quibus?…
—Ho fatto l'impossibile per averli e portarveli; ma la m'è andata male. Giornata infame, caro Michele, giornata maledetta! Già, dicano pure che è una superstizione; ma in martedì non s'avrebbe mai da far nulla, perchè tutto va alla peggio.
—Ahi! ahi!—disse Michele, facendo il muso più lungo della quaresima.—Siamo fritti, dunque?