—Garasso!—esclamò l'altro.—Ed io che vi ho aspettato finora sotto i portici del Teatro!—

Per andare dal Ceretti a far l'ambasciata del padre Bonaventura, il Bello aveva scelto appunto quell'ora ch'egli aveva stabilita pel suo ritrovo con Michele, sotto i portici del Teatro. Egli era sicuro per tal modo che Michele non lo avrebbe incontrato.

Infatti Michele, che stava ad aspettarlo, non lo aveva veduto entrare: e il Bello era per farla netta, quando nell'uscire dal portone di casa, s'imbattè nell'unico uomo che avrebbe voluto non trovarsi tra' piedi.

Se Michele odorava la trappola, il Bello potea dire per fermo d'aver rotte l'ova in sull'uscio. Ma Michele non poteva aver sospetto di nulla, e l'amico non era uomo da affogare in un bicchier d'acqua.

Egli però, correggendo il suo primo atto d'uomo colto sul fatto, si fece ad esclamare:

—To'! cercavo appunto di voi.

—O come?—rispose Michele, fresco ancora della sua aspettazione e de' suoi paternostri.

—Sì; che volete?—soggiunse il Bello.—Ero un po' in cimberli, iersera, e questa mane non son venuto a capo di ricordarmi dove diamine vi avessi dato appuntamento.

—Anche voi?—disse Michele.—Dovevate esser proprio più fradicio di me, poichè io non ho dimenticato nè le due dopo il mezzodì, nè il primo pilastro dei portici del Teatro.

—Ah, per Diana! L'avrei giurato io, che s'aveva a vederci sotto i portici; ma quel maledetto Monferrato m'aveva messo il cervello a soqquadro.