Tutte queste cose contrastano invero coi lieti cominciamenti che il lettore conosce. Ma noi non inventiamo nulla, e Iddio ci guardi così dalla stolta pretensione di mutare il cuore umano, come dalla pericolosa manìa di dipingerlo a nostro talento.

Metteremo fine a queste considerazioni con un aforisma che non ci ricorda di aver mai letto in nessun trattato sull'amore e che però daremo nuovo di zecca ai lettori. «Quando una donna non ama più un uomo, o ne sopporta l'amore come una grande molestia, il che torna lo stesso, si può giurare che ci abbia già un altro all'uscio del cuore.»

Ora, chi era l'altro della contessa Cisneri? Per non tener a bada oltre il bisogno i lettori, diciamo che da un mese appena le era stato presentato Edmondo Alerami, conte palatino; un bel giovinotto sui trentadue, il quale aveva due occhi assai belli, sebbene dintornati da certe grinze che accennavano una vita scapigliata anzi che no, naso aquilino, baffi folti che gli scendevano sugli angoli delle labbra per rialzarsi superbamente in due punte attorcigliate, e un'ariona da principe indiano, a cui dava maggior risalto il suo viso abbronzato.

Questo signor Alerami non si sapeva donde venisse. Il suo titolo di conte palatino non chiariva nulla, perchè poteva averlo ereditato da' suoi maggiori, oppure ottenuto egli stesso, poniamo, dal Papa. Egli si diceva nato fuori, di parenti italiani; parlava tutte le lingue, ed era stato dappertutto, ma nell'India più a lungo che altrove.

Che cosa avesse fatto in India non diceva. Da' suoi discorsi si poteva qualche volta trapelare che avesse guerreggiato contro gli Indiani, o che avesse passato il suo tempo alla caccia delle tigri e degli elefanti, od ancora che avesse sfruttato una miniera di diamanti. Il conte Alerami parlava molto; ma, con tutte le sue chiacchiere, stava sempre chiuso come un nocciolo di pesca.

Questo signore s'era messo ai fianchi della bionda contessa; era sempre in sua casa, e la accompagnava sovente a teatro e a passeggio per le vie della città. La qual cosa non è a dire come tornasse molesta a Lorenzo Salvani.

Il nostro Lorenzo aveva avuto la poca accortezza di dolersene; di modo che la contessa potè rispondergli di trionfo come a lei fosse impossibile disfarsi del conte Alerami; il mondo aver le sue leggi, le quali nessuno poteva impunemente violare, e una donna assai meno di un uomo; la gelosia essere poi una brutta bestiaccia che bisognava soffocare nel suo covo innanzi che crescesse, tanto da divorarvi; alla perfine doversi aver fede nella donna amata, e va dicendo.

Dopo questi discorsi, Lorenzo non seppe più che cosa rispondere, e passò ancora per un uomo di poca fede, come l'apostolo Pietro sul lago di Nazaret; per un orso, per un nemico giurato delle costumanze civili; per un ribelle alle leggi della convenienza, e peggio. La contessa Matilde, quando scendeva a ragionare, non ci si metteva per poco, e voleva, come suol dirsi, vederne l'acqua chiara.

E fin qui non sarebbe stato gran male, se il cuore della contessa avesse durato nell'antico affetto. Ma il peggio si fu che le gelose smanie del povero Lorenzo non fruttarono altro che qualche sorriso di più al conte palatino.

Costui l'aveva ammaliata col suo sfarzo, co' suoi diamanti, colle sue nuvole indiane, col suo parlare alla spiccia di tutte le parti del mondo, col suo usar dimesticamente con tutti i gran signori forestieri. Non c'era infatti milordo inglese, o principe russo, o barone tedesco, il quale venisse a Genova e non fosse, un giorno dopo il suo arrivo, il fido Acate del conte Alerami. Tutti parlavano di lui, dei suoi modi eletti, de' suoi diamanti che venivano direttamente da Golconda, del suo cavallo arabo che era dono del pascià d'Egitto, ed era della razza medesima del cavallo di Maometto. Egli sapeva dir cose gentili alle signore; perdeva allegramente il suo denaro ad una tavola di __whist__ o d'altro giuoco signorile; nessuna meraviglia adunque che fosse lodato e accarezzato da tutti. Che più? Era stato ammesso nelle case più ragguardevoli, dopo che la vecchia marchesa Jolanda Pedralbes, detta più comunemente Violante, la quale nasceva dai __Monrion de Saint-Hubert__, prima nobiltà francese, e che era schizzinosa anzi che no nel fatto delle sue attinenze, gli era andata a braccetto nella prima festa invernale in casa Torre Vivaldi, e lo accoglieva nella ristretta cerchia de' suoi visitatori, tutta gente la cui nobiltà scendeva in linea non interrotta dai superstiti del diluvio universale.