Il bel cavaliere che tutti di qua e di là si strappavano, non aveva occhi se non per la contessa Cisneri, e la corteggiava con tutte le formalità prescritte dal codice della galanteria. Ciò solleticava l'amor proprio della signora, ed era per lei una rivincita su tutte le nuove bellezze che erano venute a sopraffarla, inspirandole quel tedio della vita che i nostri lettori hanno veduto a suo luogo, e che ella aveva combattuto coll'amore del giovine Salvani.
Ma il tedio era sparito, dopo le prime visite del conte Alerami. La contessa Cisneri moriva dal desiderio di farsi scorgere in trionfo, bella della sua nuova conquista, e l'unico tedio che ancora sentisse era quello del povero giovine, il quale era innamorato più che mai, nè voleva capire che il suo regno era finito.
Le cose erano dunque a questo segno. L'amante di casa, o per dir meglio il tiranno, era tuttavia Lorenzo Salvani. L'amante di fuori, il cavalier servente, quello per cui si indossava una nuova veste, per cui si meditava una notte sul colore più acconcio di un cappellino, era già il conte Alerami; il conte Alerami che quella sera doveva venirla a cercare, per accompagnarla alla festa da ballo, in casa Torre Vivaldi.
Adesso riuscirà agevole intendere perchè la bionda contessa stesse così a lungo ritta di profilo contro lo specchio a bilico, guardandosi doppiamente riflessa, in quello e nella piccola spera che aveva tra mani.
Era la sua grande serata, la festa trionfale che aveva sospirata così lungamente, e la contessa, bella naturalmente della persona, bella della sua contentezza, voleva essere inappuntabile nella terza bellezza della sua acconciatura. Donde si vede che Matilde si atteneva fedelmente al vecchio dettato: __omne trinum est perfectum__.
In quella che essa così amorosamente si guardava per tutti i versi, udì suonare il campanello all'uscio di casa. Quella scampanellata la scosse assai più che non paresse dicevole per un suono così naturale, e voltandosi alla cameriera, disse con molta speditezza queste parole:
—Cecchina, andate voi stessa ad aprire. Se è il conte, fatelo entrare nel salotto, e ditegli che mi aspetti. Se è l'altro, ditegli che sto per vestirmi, che debbo andar fuori e che non posso riceverlo.—
L'altro, per chi non l'intendesse, era il nostro amico Lorenzo.
—Vado;—rispose Cecchina, muovendosi verso l'uscio.
—Accomiatatelo, in ogni modo. Ditegli che domani sto in casa, e che lo aspetto;—aggiunse la contessa, con un sospiro che somigliava maledettamente ad uno sbadiglio.