La vispa Cecchina corse, per ubbidir la signora; ma il servitore aveva già aperto l'uscio, ed ella non aveva anche posto il piede fuori del salotto verde, che si trovò dinanzi Lorenzo Salvani.
Il giovine era molto scombuiato nel viso, e gli si leggevano negli occhi tutti i tristi presagi del cuore. Cecchina, che lo aveva nel suo calendario assai più del conte Alerami, quantunque da lunga pezza il giovine non le facesse più sdrucciolare gli scudi nella tasca del grembiale, si sentì stringere il suo cuoricino da cameriera, e rimase turbata innanzi a lui, senza trovare una parola da dirgli.
—È in casa la contessa?—chiese Salvani.
—No…. sì…. cioè….—rispose impacciata la cameriera.—La signora contessa è nel suo spogliatoio, e si prepara ad uscire.
—E dove va ella?
—Alla festa da ballo in casa Torre Vivaldi;—rispose Cecchina.
Lorenzo stette un tratto sovra pensiero; poi, scuotendo il capo, come se volesse discacciare una immagine molesta, soggiunse:
—Sta bene; l'aspetterò.—
Ciò detto, andò a sedersi sul canapè, pigliando sbadatamente in mano un giornale parigino ch'era posato sulla tavola.
Cecchina, ritta in mezzo al salotto, non sapeva che dire per farlo andare via, e non le dava l'animo di congedarlo con quelle asciutte parole che le aveva detto la signora.