—Ma se lo dicevo io, che siete un fanciullo! Adesso salta in ballo il conte Alerami.
—Egli vi ama!—proruppe Lorenzo.
—E questo vi spiace? Vi piacerebbe forse di più che egli mi odiasse?
—Forse. Ma perchè stiamo noi qui a schermir le parole?—disse Lorenzo, armandosi di coraggio.—Appunto del conte Alerami io volevo parlarvi…. e chiedervi un sacrifizio….—
La contessa rizzò il capo, e guardandolo con un piglio, in cui non si sarebbe potuto dire se fosse maggiore il disdegno o la compassione, lo fulminò con queste parole:
—Signor Lorenzo! siete voi così dappoco?
—Perdonatemi, Matilde,—gridò egli allora, gettandosi ai piedi della contessa ed afferrando la sua mano che non istette molto a bagnare di lagrime;—ma io soffro, vedete?… Io penso che questa sera andrete a quella festa appoggiata al braccio del conte Alerami, che egli vi farà ridere con le sue arguzie, che il vostro petto palpiterà sopra il suo, nell'ardore della danza. Non vedete voi queste lagrime, Matilde? Il mio cuore si strugge, a questo pensiero maledetto!…
—Perchè pensare a queste fanciullaggini?—chiese la contessa, guardando in aria.
—Perchè sono geloso, Matilde, geloso di chiunque vi parla, geloso perfino della vostra ombra. Non ve ne siete anche avveduta?
—Rifaremo dunque la vecchia storia di Otello?—ripigliò la contessa, cercando di sciogliere la mano dalle strette di Lorenzo.