—Oh Matilde! Voi non volete capirmi!—esclamò il povero innamorato.—Quando vi vedo, quando sono daccanto a voi che mi sorridete, poco m'importa di tutte quelle farfalle che vi aleggiano dintorno. Ma, lontano da voi, penso che esse ebbero la virtù di abbagliare i vostri occhi, e che il povero Lorenzo è dimenticato da voi. Sono geloso, Matilde, sono geloso, perchè sento che voi mi sfuggite di mano, che ogni giorno che scorre, mi allontana dal vostro cuore.—

Un affetto vero e profondo ha questo di efficace, che commove, poniamo pure per un momento, il cuore della donna più fredda. Non è egli vero, o lettrici? In mezzo alla noia che v'inspira l'assidua presenza e il piangere di un uomo che non amate e il pensiero di un altro che vi soggioga, s'infiltra pur sempre uno zinzino di compassione per lo sventurato che è a' vostri piedi e vi esprime con tanto ardore di parole la grandezza de' suoi patimenti.

La contessa non seppe resistere a quell'onda di passione disperata; epperò rispose a Lorenzo:

—E chi vi dice che io non v'ami più?

—Oh grazie!—esclamò il giovine, a cui balenò negli occhi il primo lampo di gioia;—grazie di questa cortese parola che vi è piaciuto lasciarvi sfuggirei Ma compite la vostra bell'opera; non andate a quella festa; rimanete in casa, stasera. Fate questo grande sacrifizio al povero Lorenzo, che vi ama come un dissennato. Vedete? Noi rimarremo qui seduti, a parlare del nostro amore, de' miei disegni pel futuro. Faremo un bel castello in aria, di quei tali che vi piacevano tanto, e che ci facevano star le ore intiere dimentichi del mondo, inebbriati di amore. Vi ricordate, bionda Matilde? Non c'era cosa bella nel creato, che le anime nostre non si facessero sollecite a spiccare dal suo luogo, per abbellirne il nostro sogno, e le più graziose pensate non erano certamente le mie….

—Sì, Lorenzo, ma è impossibile adesso che io vi contenti. Che volete? Sono pure disgraziata! Ho promesso al conte Alerami…. ho accettato ch'egli venisse ad accompagnarmi dai Torre Vivaldi; e senza mettere in conto che io fallirei alle buone creanze verso la Ginevra, il rimanere a casa sarebbe una vera scortesia, usata, senza una ragione al mondo, a quel povero conte.

—Quel povero conte! E perchè non dite invece questo povero Lorenzo che soffre? Oh, maledetto quest'uomo che si pone tra me e la mia felicità!…—

Matilde, giunta a quel segno, doveva farla finita. Ella s'era alzata un tratto, per virtù della rimembranza, sulle ali di Lorenzo; ma l'altezza sterminata del volo la spaventava. Vide da lungi sulla terra il conte Alerami, bello, guardato e vagheggiato da tutte le donne, sfolgoreggiante di diamanti, caracollare superbamente sul suo cavallo arabo, e non seppe tenersi dal sospirare. Si guardò dattorno, e non vide altro che lo spazio muto e freddo; nè valeva a custodirla Lorenzo, che la teneva fra le braccia, Lorenzo, il povero giovine senza speranze, brutto della sua gelosia, e male in arnese per giunta. Sì, fu questo il pensiero che venne in mente alla bionda contessa: male in arnese! Matilde ebbe paura di trovarsi lassù, e fece come una delicata signora che salita in barca rabbrividisce al primo ondeggiare del legno e grida di voler scendere a terra.

—Ed eccovi da capo con le frasi sonanti!—rispose ella, cogliendo la palla al balzo.—Il conte Alerami è un cavaliere garbato, e voi avreste il torto a credere che io….

—Voi lo difendete!—interruppe Lorenzo.—Ma lo costringerò ben io a cedermi il passo, e se egli si ostinerà ai vostri fianchi, tanto peggio per lui; lo ucciderò.