—Il signor Salvani ed io,—disse egli, andando a sedersi nella poltrona accanto a Matilde,—possiamo darvi ottimi consigli, ma il vostro specchio ve li darà migliori. Sarete la regina della festa, o ce ne saranno due. Quella pettinatura, poi, vi sta a meraviglia. A cavalcioni su que' biondi cernecchi se ne stanno gli amori, saettando vicini e lontani….
—Basta, basta, Onofrio! Siete un vero diluvio.
—Nel quale la vostra bellezza va incolume come l'Arca.—
E detta quest'arguzia, il marchese Onofrio arrovesciò il capo sulla spalliera della poltrona, ridendo a crepapelle e sfrombolando l'aria co' suoi eterni sbruffi.
Lorenzo non aveva ancora aperto bocca. Egli stava rannuvolato guardando il conte palatino, il quale, dopo aver baciato la mano alla contessa, si era fatto in disparte, e taceva, come un innamorato in ufficio.
—Suvvia, non ci perdiamo in chiacchiere!—disse Matilde.—Sarà tardi, io credo.
—Sono le dieci!—soggiunse l'Alerami, cavando dalla tasca del panciotto il suo orologio contornato di brillanti.
—Orbene,—proseguì la contessa,—poichè mi avete detto il vostro parere, andatevene nel salotto, ch'io mi vestirò in fretta.
—Oh, non istate a darvi tanta premura,—disse il marchese.—Purchè andiamo alle undici, giungerete sempre in tempo, anzi comparirete sul più bello, come una dea di Omero nel più forte della mischia.
—Benissimo; lasciatemi dunque indossar l'armatura. Se volete giuocare, aspettandomi….