—Vi obbediremo, contessa;—disse il conte Alerami.—Signor Salvani, vuole Ella fare una partita?
—Non giuoco, signore.
—Giuocheremo una partita innocente. Appena una piccola posta, tanto per tener vivo il giuoco.
—Tanto meglio per Lei, signore;—ripigliò Lorenzo con asciutta cortesia;—la sua borsa non ne patirà danni troppo gravi, nel caso che il marchese De' Carli fosse il fortunato.—
Matilde, avvedutasi della brutta piega che stava per prendere la conversazione, si affrettò a soggiungere in quella che volgeva un'occhiata severa a Lorenzo:
—Il proverbio dice: chi ha fortuna in amor non giuochi a carte.—
Il marchese Onofrio fece un inchino e una risata, per ringraziar la contessa. Lorenzo, dal canto suo, stette saldo, aspettando che il conte palatino gli dicesse qualche altra impertinenza. Egli, in fin de' conti, non aveva fatto altro che respingere, con modi cortesi, sebbene asciutti, un assalto del suo fortunato rivale.
Ma questi, che si sentiva punto sul vivo dall'accento sarcastico di
Lorenzo, volle aver la rivincita, e rispose con aria burbanzosa:
—A me non fa caso il perdere.
—E nemmeno a me,—disse di rimando Salvani,—fa gran caso sapere se il giuoco sia innocente, o no. Ogniqualvolta potrò aver la ventura di giuocare con Lei, non sarà certo la posta che mi metterà in pensiero.