Grama vittoria, nondimeno! Il povero Lorenzo si sentiva schiantare il cuore, uscendo da quella casa, che era stata la culla ed era la tomba dell'amor suo.
XXIV.
Nel quale si parla di molte stelle del cielo ligustico.
Quella sera il palazzo Vivaldi era magnificamente illuminato. I grandi finestroni sfolgoreggianti facevano impallidire le scarse fiammelle del gasse negli scarsi fanali della via Nuova, e gli sfaccendati, i musoni, stavano a contemplare quello spettacolo, senza sapere il perchè. I curiosi si stringevano intorno agli sfaccendati; e i viandanti, rattenuti da quell'ostacolo, intorno ai curiosi; di guisa che al vedere tutta quella calca di gente, si sarebbe potuto credere che fosse avvenuto in quel luogo un fatto grave, un alterco, una rissa, un'uccisione, uno insomma di que' fatti che il giorno appresso dànno agli strilloni il diritto di assordare le genti.
—Che è? che non è?—Non sapete?—È la gran festa da ballo in casa
Torre Vivaldi.
—Quella sì, è gente per la quale! Guardate che sfoggio di dorature!
Come splendono, attraverso i vetri delle finestre!
—Hanno illuminato tutto il palazzo. Vedete? Anche dalle finestre che dànno sui vicoli c'è la medesima luce.
—Eh! le cose si fanno, o non si fanno. Ci saranno forse quattrocento invitati!
—Che quattrocento? Dite pur mille. Io conosco lo scritturale di casa, e so che le lettere d'invito salgono oltre al migliaio.
—Ve l'avrà data a bere, lo scritturale. O come volete che ci capiscano mille persone là entro?