Che volete? Pareva quasi che la Ginevra ritraesse molto del marito. Ella infatti era assidua com'egli alle prediche, e andava ogni domenica ad udir messa nella chiesa della Maddalena. Due volte alla settimana la vedevate correre, col suo servo in livrea alle calcagna, fino al convento di San Silvestro, dalle monache di Santa Chiara, dov'era una Vivaldi, sua zia, e dove ella soleva passare due o tre ore alla fila. O come si riscontrava cotesto co' suoi modi in apparenza facili, coll'amore delle feste, delle conversazioni, del teatro, e di tutte le pagane consuetudini del viver signorile? Contrasto incomprensibile! O era forse la marchesa Ginevra una di quelle donne dal cuore muto d'ogni sentimento, su cui le lusinghiere immagini passano, senza lasciarvi orma di sè, come su d'un cristallo opaco? O forse Dio aveva fatta così bella la statua, senza soffiarle per entro il soffio della vita?

I lettori rammenteranno che Enrico Pietrasanta, parlando di lei con
Aloise, aveva detto:

—Dio le fa belle, e poi leva loro l'anima, perchè si conservino meglio, come gli uccelli impagliati.—

Questo che il Pietrasanta aveva detto della Ginevra, a volte pareva verissimo, a volte no. Ma siccome l'esser fredda non è per una donna una colpa al cospetto del volgo, e siccome la marchesa era così stupendamente bella che a molti pareva quasi impossibile avesse potuto mai discendere ad amar qualcheduno, tutti l'avevano facilmente posta tra le eccezioni. Così, mentre delle altre si narrava sempre alcun che, di lei si taceva, non si metteva nemmeno in controversia se potesse o non potesse sentire il mal d'amore come tutte le altre.

Soltanto di tratto in tratto si sarebbe potuto notare che alcune dame, parlando così alla sfuggiasca della marchesa Ginevra, la dicevano una bellezza sciocca, una testa tronfia de' suoi titoli, delle sue ricchezze e delle sue ubbíe forestiere. Gli uomini, a dir vero, non la pensavano così; ma già si sa Che, dalla volpe di Esopo in poi, è costume di chiamare acerba quell'uva che è troppo in alto sul tralcio. Epperò i signori uomini, sebbene in cuor loro riconoscessero i pregi della Ginevra, e sebbene l'assiduità delle loro occhiate dicesse tutt'altro che sciocca la bellezza di lei, a parole poi tenevano bordone alle aspre sentenze delle dame sullodate. Ma lasciamo da banda quello che potessero dire certe dame e certi cavalieri, e ripigliamo il nostro racconto, che preme assai più, scusate la modestia.

Stiamo ora per raccontarvi una cosa strana, e quasi incredibile, una cosa che i lettori non indovinerebbero, se pure la dessimo loro alle mille. Aloise di Montalto saliva le scale del palazzo Vivaldi, in compagnia di Enrico Pietrasanta.

O come mai Aloise, l'uomo che amava da sei anni la bella Ginevra senza avere ardito mai accostarsele, che s'era anzi sbandito da ogni geniale ritrovo per cansare il pericolo d'incontrare la donna de' suoi pensieri, s'era così di punto in bianco mutato, da mettere il piede nel suo palazzo, da andare alla sua festa da ballo?

E questo è ancor nulla, in raffronto a quello che non sapete ancora. Il marchese Antoniotto, il cupo tiranno di Quinto, l'orgoglioso gentiluomo per cui il non essere milionarii era come una fede di povertà, stava anche egli da un'ora nel primo salotto dov'era la moglie, e teneva d'occhio la sala d'ingresso, aspettando l'arrivo di quel nobile senza il becco di un quattrino, come lo diceva il Collini, di quel giovanotto senza importanza, come lo riputavano gli uomini della risma del gran ciamberlano De' Salvi; insomma, avete capito, di Aloise di Montalto.

XXVI.

Come Aloise di Montalto ai avvicinasse per la prima volta alla bella
Ginevra.