—Non lo conoscete?—rispose il Cigàla.—È Aloise di Montalto.
—Sì;—soggiunse il piccolo Riario, facendo una di quelle mezze giravolte che sono tanto in uso presso certi pigmei forse a cagione degli altissimi tacchi che portano,—gli è il famoso duellista.
—Come, il duellista?—chiese Ginevra.—Non ha altro merito per farsi conoscere?
—Oh, marchesa, egli ne ha altri parecchi;—fu sollecito a rispondere il Cigàla.—È un perfetto cavaliere, ricco d'ingegno e di alto sentire.—
Il piccolo Riario non ardì rifiatare. Egli non poteva patire il
Montalto; ma temeva forte la lingua pronta e sarcastica del Cigàla.
—Ha da esser vero, se lo dite voi;—soggiunse la marchesa.—Voi non mi sembrate uomo di facile contentatura.
—Avete ragione, marchesa, a dirmi ciò; ma ci avreste un gran torto, se voleste farmene una colpa. Amo dire quello che penso, io; ma sono tanto più lieto di poter dire la verità, quando essa è lusinghiera come un complimento. Ora questo, se volete degnarvi di rammentarlo, mi avviene assai di frequente, quando parlo con voi.—
La bella Ginevra volse al Cigàla un'occhiata graziosa, un'occhiata che gli avrebbe fatto dar di volta al cervello, se il Cigàla non avesse saputo che gli sguardi cortesi della bella Ginevra erano la cosa più naturale del mondo, come i raggi sono il naturale accompagnamento del sole, e non significavano mai nulla di particolare.
—Se andiamo di questo passo, signor Cigàla,—disse
Ginevra,—diventerete un ottimista.
—Oh, non temete che ciò avvenga!—diss'egli di rimando;—alla più trista chiuderò gli occhi quando sarò vicino a voi, e vedrò tutto nero.—