—Ginevra,—disse il marchese Antoniotto, avvicinandosi alla moglie e tenendo il suo Simeone disceso dalla colonna per mano;—vi presento Aloise di Montalto, mio amico.—

Mio amico! capite, o lettori? Il marchese Antoniotto aveva fatta una lunga appoggiatura su queste due parole; le quali fecero sì che il piccolo Riario inarcasse le ciglia, e il gran ciamberlano De' Salvi, dall'altezza della sua nobiltà, si facesse amichevolmente a sorridere al nuovo venuto.

La marchesa Ginevra dal canto suo si fece un po' rossa in viso, e con un grazioso cenno del capo disse ad Aloise:

—Il marchese di Montalto è il benvenuto da noi; ed io lo ringrazio dell'onore che egli ci fa.—

Dell'onore che egli ci fai Diamine! queste erano parole che pochi s'erano sentite dire dalla marchesa Vivaldi; epperò gli astanti sullodati, i quali non potevano certo indovinare che la Ginevra le avesse profferite per dare una cortese lezioncella ad un colpevole di lesa maestà femminile, rimasero stupefatti.

—Marchesa….—rispose Aloise, e un profondo inchino fece intendere quello che egli non volle o non seppe soggiungere.

Per la qual cosa ognuno di leggieri argomenta come quella scena riuscisse diplomaticamente contegnosa e fredda.

La bella Ginevra, costretta a proseguire ella stessa la conversazione, si levò prontamente d'impaccio, entrando a parlare del recente duello di Aloise.

—E come state ora, signor marchese, della vostra ferita! Tutti noi, anche senza conoscervi da vicino, ci siamo impensieriti della vostra salute.

—Grazie, marchesa: oramai sono risanato del tutto.—