Figlio ad uno di que' parrucconi della oligarchia del Consiglietto, egli aveva dovuto da principio partecipare un tal poco a quella dispettosa opposizione, non già d'opere, ma di parole, che il patriziato di Genova faceva al governo piemontese, al quale la sua città, il teatro delle sue pompe senatorie, era stata regalata dal Congresso di Vienna. Ma il marchese Antoniotto non era uomo da inutili rancori. Ricco di ambizione e di volontà, sentiva che i suoi milioni e la sua corona di marchese erano due armi potentissime a farlo giungere in alto, e che dovevano restarsi inoperose, pel magro diletto di fare il broncio al re di Sardegna, il quale po' poi era in quella parte della penisola il rappresentante della teocrazia di Roma e della autocrazia di Germania, il gran vassallo del papa e dell'imperatore, que' due càrdini della società, quelle due dighe opposte dalla Provvidenza ai malvagi disegni della rivoluzione.
In cotesto adunque egli era già più innanzi di molti altri; ma saldo com'era ne' suoi propositi, non correva neppure alla cieca, non si lasciava accalappiare dalle lusinghe del governo, i cui atti, diceva egli, non davano ancora quella sicurtà che potesse persuadere un gentiluomo a prestargli l'opera sua. Voleva insomma che il suo partito soverchiasse; e in quella stessa guisa che nel suo partito gli pareva di non dover essere secondo a nessuno, così non poteva immaginar possibile un governo apertamente reazionario, senza esserne a capo egli stesso.
Ed era proprio un uomo fatto per comandare altrui, il marchese Della Torre. Il nome, le ricchezze, le aderenze, l'ingegno, erano un nulla al raffronto del carattere, di solito asciutto e severo, ma che sapeva convenevolmente piegarsi, assumere quella grazia di modi che venuta dall'alto è sempre una lusinga pericolosa per chi sta in basso, e signoreggia di sovente gli animi più generosi.
Larghe testimonianze del suo ingegno sempre volto al comando, offriva il vasto podere di Quinto, dove egli passava i sei mesi caldi dell'anno, e dove ogni cosa procedeva ordinatamente giusta il suo concetto. Colà il marchese Antoniotto aveva tentato con frutto parecchi esperimenti di riforme agrarie, nella quale materia era versatissimo, di guisa che, alla più trista, egli avrebbe potuto riuscire al governo della cosa pubblica per la scorciatoia di un portafoglio di agricoltura e commercio. Ognuno ricorda che parecchi degli odierni uomini di Stato entrarono per questa viottola nei consigli della Corona.
Nelle letterarie discipline era valente del pari, sebbene dispettasse i poeti. Conosceva il latino e lo scriveva con quella eleganza che potevano ai suoi tempi insegnare i Gesuiti o gli Scolopii. Un suo volgarizzamento di Sallustio aveva fatto andare in brodo di succiole Tommaso Vallauri, e il teologo Margotti non aveva potuto beccarvi per entro nessun farfallone; della qual cosa aveva fatto un gran parlare sull'__Armonia__. Un suo trattatello __Degli elementi dell'arte di governo__ lo aveva fatto salir in gran rinomanza presso i parrucconi di tutta Italia, e i legittimisti di Francia citavano «le marquis Torre Vivaldi» come uno «des hommes politiques les plus éminents de son temps, qui réunissait un esprit éclairé à un sentiment profond des droits du pouvoir légitime, en dehors duquel il n'y a point de garantie pour la vraie liberté et pour la civilisation du monde».
Tutti costoro, poi, quando per alcun loro negozio avessero a passar da Genova, erano gli ospiti del marchese Antoniotto, il quale, nelle lusinghe di una splendida accoglienza diventava due volte più ragguardevole al cospetto dei forestieri, e, non si muovendo da Genova, otteneva facilmente una fama europea.
Ma torniamo alla villa di Quinto. Colà Ginevra dagli occhi verdi accoglieva il fiore della civil compagnia, e colle grazie della sua persona e del suo conversare aiutava inconsapevolmente e mirabilmente ai disegni ambiziosi del marito. Intorno alla vezzosa gentildonna spirava come un'aura di medio evo, nella sua parte più bella, che allettava i più schivi. Si radunavano colà i discendenti di quelle grandi famiglie che avevano operato tante cose cinquecento anni innanzi; e all'udir conversare di belle imprese, o recitar versi, al veder corti d'amore, giostre di schermidori, corse di bei palafreni, gite sul mare ed altri simili passatempi, al sentirsi ad ogni tratto ferir l'orecchio da que' nomi che avevano risuonato in Soria, alla Meloria, a Curzola, chi non avrebbe creduto ad un miracolo, il quale, sconvolgendo gli ordini del tempo, l'avesse ricondotto parecchi secoli indietro?
Gli uomini, veramente, apparivano vestiti secondo le brutte fogge dei nostri tempi. Non si potevano notare nè le calze divisate, nè il farsetto, nè la cappa, nè il lucco, nè la berretta di velluto; ma chi avrebbe badato più che tanto al vestimento degli uomini, pur sempre ingentilito dalle fogge campestri, dov'era una dama come Ginevra? Costei era bella come una di quelle superbe castellane che talvolta, a vederle dipinte, ci fanno desiderare di esser vissuti a' tempi loro, anco a patto d'esser morti e sepolti da secoli e secoli. Si consideri inoltre che il vestir delle donne non è stato mutato così da non consentir l'illusione, e che la marchesa Ginevra non la guastava davvero con le rigonfiature soverchie, essa che, alta della persona e fatta a pennello, poteva romper guerra al crinolino e meritarne lode dagli intendenti.
Riviveva adunque il medio evo, intorno alla bella Ginevra. Il marchese Antoniotto, poi, da vero marito della castellana, faceva in ogni cosa il suo talento, esercitando, stiamo per dire, alta e bassa giustizia nelle sue terre. E basti questo fatto ad esempio. Egli aveva fatto chiudere in una camera sotterranea del suo palazzo un servo, figlio di uno dei suoi fittaiuoli, perchè esso gli aveva data una mala risposta, e in quella camera umida e buia lo aveva fatto rimanere quattro dì, senz'altro cibo che pane e acqua.
Come? griderà il lettore stupefatto. Questo egli ardiva di fare, a mezzo il secolo decimonono, sotto un reggimento di libertà? Sicuro, lo aveva osato, e non se n'era neanche pentito, poichè gli pareva la cosa più naturale del mondo. Nè il povero servo si era lagnato di quell'arbitrio padronale; e si fosse anco lagnato, chi gli avrebbe dato ascolto? Le leggi sono state molto acconciamente paragonate alle ragnatele, nelle quali le mosche incappano, ma che i mosconi strappano colle ali, passando pel rotto. E poi non vi sono esempi d'altri gran signori, che hanno fatto anche peggio?