I lettori non avranno certamente dimenticato che, per essere più vicino al padre Bonaventura, il marchese Antoniotto lo aveva allogato in un comodo quartierino, all'ultimo piano del suo palazzo; e vedono ora che per maggior comodità di ambedue, era stato rispettato l'uscio di comunicazione, sebbene raffermato da una parte e dall'altra con due catenacci. Di questa guisa, ognuno se ne stava tranquillo in casa sua, mentre riusciva agevole ai due amici il vedersi e lo stare a colloquio, senz'altra molestia che quella di rimuovere que' due impedimenti.
I sullodati lettori vorranno adesso sapere il perchè di tanta intrinsichezza, e noi vediamo giunta l'occasione di dirlo. Era un'intrinsichezza fondata sulla comunanza dei propositi, e sul profitto che ognuno dei due cavava dall'autorità e dall'aiuto dell'altro.
È noto per che modo il marchese Antoniotto Della Torre fosse venuto a nozze con la bella marchesa Vivaldi. La giovinetta, rimasta orfana in piccola età, sotto la tutela di un suo parente materno, era uscita dal monastero del Sacro Cuore di Parigi, per diventar moglie del marchese Antoniotto. La Ginevra, unico avanzo dei Vivaldi del ramo di Valcalda, portava, insieme con un bel nome ed una stupenda bellezza, dieci milioni di patrimonio, e l'accorto tutore, tra le molte famiglie che lo chiedevano di quel parentado, aveva prescelto i Della Torre. Antoniotto era uno dei più operosi e dei più benemeriti caporioni del partito clericale; era ricco egli pure, e per giunta uomo da non star sul tirato nella faccenda dei conti, uomo da contentarsi del capitale, senza lesinare troppo sui frutti; epperò, detto fatto, si stabilirono le nozze. Non c'era altro che una piccola difficoltà per mandarle ad effetto; che l'Antoniotto era un po' consanguineo della Ginevra; ma quella provvidenza della Curia di Roma non istette molto a venire in aiuto con una brava dispensa, e il Della Torre diventò facilmente il Torre-Vivaldi, a maggior gloria di Dio, o, per dire più esattamente, della setta gesuitica.
Era egli mai stato giovane, il marchese Antoniotto? Quei generosi concetti, que' baldi rapimenti, che provano il bollore del sangue e il rigoglio della gioventù, non avevano mai persuasa la mente di quell'asciutto gentiluomo? Certo, a voler stare sui generali appare difficile e quasi impossibile che un uomo, poniamo anche il più freddo del mondo, non abbia percorso le sue fasi di ardore e di tiepidezza. Il medesimo Napoleone, che fu tipo straordinario della moderna tirannide, e a cui non mancò altro che il sangue regio per essere salutato gran mastro della reazione europea, ne' suoi primi anni era stato un poeta, un sognatore, un rivoluzionario; insomma, era stato giovine.
Non così il marchese Antoniotto. Egli era nato vecchio, e tutti i suoi coetanei rammentavano di averlo sempre veduto lo stesso, fin da quando proseguiva lo studio delle leggi nella Università genovese. Già da quel tempo appariva contegnoso e severo, chiuso dell'animo, e nimico d'ogni cosa che sapesse di novità; di guisa che, tra per l'autorità del nome, e per l'inflessibilità de' propositi, facilmente capitanava quella generazione di vecchi bimbi, detti allora i giovani sodi, che facevano contrapposto a quella coorte di giovani ingegni, forse soverchiamente innamorati delle teoriche forestiere, ma vogliosi di cose nuove, devoti al culto della patria e della libertà, i quali prendevano indirizzo dal loro condiscepolo Giuseppe Mazzini.
Il marchese Della Torre si vantava d'essere classico in letteratura, e condannava con Vincenzo Monti __l'audace scuola boreale__; ma nel fatto non poteva patire i poeti di nessuna scuola. Il suo classicismo non era altro che un arnese di guerra, nel campo della politica; e ciò trapelava anche dalla compiacenza con cui il giovine sodo si faceva a notare come i signori liberali, gli scapigliati, offendessero la purezza della lingua e delle tradizioni letterarie, non meno che della filosofia italiana.
Egli poi s'era chiuso nello studio delle cose economiche e di tutti i rami dell'arte di governo; si andava armando di tutto punto per comandare altrui, quando l'occasione gli si fosse offerta. Càrdini della sua politica erano i libri __Du Pape e Les soirées de Saint-Petersbourg__, che Giuseppe De Maistre, il gran propugnatore della teocrazia e della autocrazia, il panegirista del carnefice, aveva gettati come una protesta e una minaccia del passato moribondo, contro la rivoluzione rinnovatrice. L'umor severo, la ricchezza e la nobiltà dei natali avevano posto in rilievo questo discepolo dei Gesuiti, che avrebbe potuto giunger davvero al governo della cosa pubblica, se l'apostolato continuo e gagliardo del suo avversario coetaneo, conducendo dal martirio al trionfo il concetto dell'unità italiana, non avesse spinto il Piemonte ad afferrar la bandiera tricolore, e guasti i disegni, sgominate le fila della reazione.
In que' tempi che tutti gli animi cominciavano a risvegliarsi e si preparavano alle prime battaglie, il marchese Antoniotto si era posto deliberatamente a capo dei nemici d'ogni novità. Però era stato dei primi a biasimare i grilli liberaleschi di Pio IX, e ora struggendosi per le vittorie dei rivoluzionari, ora rallegrandosi delle loro sconfitte, era giunto finalmente a vedere il trionfo della sua causa. Allora corse giubilante ad ossequiare al Vaticano quel pontefice che dapprima lo aveva fatto tanto tremare; allora accettò d'essere nominato senatore da quel governo a cui aveva augurate le busse austriache per farlo rinsavire.
Certo, restava ancor molto a fare, innanzi di mettere a segno i rompicolli; nella cenere covavano ancora di molte faville; il governo non faceva prova di bastevole energia contro i ribelli, e peggio ancora, ne' suoi diportamenti verso i degni ministri della chiesa, non si mostrava troppo tenero della santa causa. Ma a questo avrebbe portato rimedio il tempo; le ire sarebbero sbollite; uomini di buona tempera andando man mano in alto, avrebbero rimutato l'indirizzo della cosa pubblica. Intanto le file del partito si ristringessero, non perdonando a fatiche, non dispregiando nessun argomento, anco il più modesto e lontano dallo intento comune, che desse modo di operare. Si facessero vivi, insomma, e sapessero usare di una certa larghezza d'animo, per raccattare que' fuorviati della parte loro, capi scarichi i quali s'erano un bel giorno scaldati per le riforme e per la indipendenza italiana, e dopo aver scritto inni a Carlo Alberto, arringato il popolo plaudente e messo un tratto il berretto frigio sulla parrucca incipriata, s'erano spauriti del loro ardimento, doluti delle loro pazzie, a guisa di chi si svegli in quaresima, e si vergogni della baldoria fatta in carnevale. Queste pecore matte erano in buon numero, e ogni giorno facevano un passo verso l'ovile. Bisognava non disprezzarle, accoglierle anzi a braccia aperte, non tanto per il pregio delle persone, ch'era nulla, quanto per la opportunità dell'esempio.
Erano questi i consigli del marchese Antoniotto, e ognuno intende di leggieri che fossero ascoltati, sebbene taluni più irosi e più ostinati tra' suoi colleghi non avessero voluto dapprima acconciarsi alle sue ragioni sottili. Nè questo era il solo lato per cui il Della Torre si mostrava accortamente più largo degli altri suoi pari.