Abbiamo lasciato quest'ultimo sull'uscio, la qual cosa non parrà segno di cortesia. Ma si chetino i lettori cerimoniosi; il padre Bonaventura gli ha fatto accoglienze convenevoli, e non ha aspettato noi per farlo entrare nel suo studio.

—Signor marchese, è davvero un sommo onore per me, ch'Ella abbia lasciato la sua splendida festa per venirmi a visitare.

—Eh via, padre Bonaventura! Lasci la modestia in un angolo, come io ho lasciato le noie della mia festa sull'uscio. I miei convitati si dànno bel tempo, com'Ella ode di qui. Che farci? anche queste cose ci vogliono.

—Sì, certo, signor marchese. Gli uomini come Lei, che sono rari pur troppo, debbono serbare il decoro del loro illustre casato, e non disavvezzare la gente da quelle larghezze che tengono vivo il culto delle grandi memorie. Ella sa il proverbio francese: __noblesse oblige__. Il volgo poi ha bisogno di queste pompe esterne, in quella che gli uomini colti hanno in gran pregio il suo ingegno e la fortezza dell'animo.

—E che faceva Ella, mio ottimo padre?—chiese il Torre-Vivaldi, dopo essersi inchinato per ringraziarlo di quella incensata.

—Io? Me ne stavo là sul terrazzo ad ascoltare quella buona musica che si suona in casa sua, e non pensavo certamente ch'Ella fosse per venire quassù a rallegrare la mia solitudine.

—Gli amici come lei, padre Bonaventura, valgono assai più di tutte le feste del mondo, senza mettere in conto che queste non mi fanno nè caldo nè freddo. E che cosa abbiamo di nuovo?

—Nelle cose nostre nulla che Ella non sappia, signor marchese. Ah, mi dimenticavo…. Ho ricevuto lettere del visconte di Roche Huart, il quale m'incarica di salutarla tanto e poi tanto.

—Grazie, e che cosa fa quell'ottimo visconte?

—Non si è mosso da Parigi. Egli si lagna della gotta, che incomincia a dargli molestia.