—Sta bene;—diss'egli.—Io pure fo grande assegnamento sul Montalto. La nostra gioventù è un po' fiacca e generalmente inetta. Si direbbe che questi vagheggini non siano neppure i nostri figli. Non hanno nerbo di volontà, sibbene arroganza inutile; non ambizione stimolatrice, ma vanità contenta di sè medesima. Soltanto quell'Aloise mi pare abbia ad essere uno del vecchio stampo, e tutto sta a tirarlo dei nostri, perchè diventi un ottimo arnese di guerra. Crede Ella, padre Bonaventura, che pieghi già da qualche altro lato?

—No, no, è impossibile!—rispose il gesuita.—Egli è libero d'ogni vincolo, e la sua alterezza lo ha tenuto discosto fino ad ora da ogni commercio di pensieri e di propositi con altri. Non so se le ho detto che egli si tiene grandemente del suo nome e della sua nobiltà. È questo il suo lato debole, ma fortunatamente è dalla parte nostra; noi soli possiamo cavarne profitto.

—È vero; lasci dunque fare a me. Il Montalto sarà con noi, ed io sono veramente superbo di tentare l'impresa.—

Bonaventura a queste parole del marchese Antoniotto non potè rattenere un sorriso. Ma i sorrisi del padre Bonaventura erano come i suoi pensamenti, e non uscivano fuori se non quando a lui paresse dicevole. È dunque da credere che quel sorriso di compiacimento, misto a un tal po' d'ironia, non gli increspasse neanche le labbra. Quanto al marchese Antoniotto, egli non si addiede neppure di quest'altra parentesi mentale del suo degno collega.

—Ora,—proseguì il marchese,—per quanto risguarda la congiura….

—Sarà sventata a tempo,—disse il gesuita,—e per modo che torni profittevole ai nostri fini. Io del resto la terrò ragguagliata d'ogni cosa, a mano a mano che ne verrò in chiaro.

—Glie ne sarò grato, mio ottimo padre, e non dimenticherò mai di quanto utile alla buona causa torni l'opera sua avveduta e la sua dimora preziosa tra noi. Adesso, poi, ritorno ai miei ospiti, per lasciarla dormire; perchè, dopo una così lunga veglia. Ella avrà pur bisogno di riposo.—

Con queste ed altre parole di cerimonia, il marchese si accomiatò, accompagnato fino all'uscio di comunicazione dal padre Bonaventura, che tirò il catenaccio innanzi di tornarsene alle sue stanze.

Ma il gesuita non andò già a dormire, siccome il suo ospite credeva. Egli entrò nel suo studio, dove fece due o tre giri, stropicciandosi le mani in segno di molta soddisfazione; poi andò ad un armadio che era scavato nella parete; lo aperse e ne trasse fuori uno dei ventiquattro libroni che vi stavano entro disposti.

Erano le opere di Sant'Agostino: così diceva la scritta d'inchiostro nero sul dorso della cartapecora di cui erano coperti quegli smisurati volumi. Il padre Bonaventura recò il suo librone sullo scrittoio, e dopo averlo sfogliato un tratto per cercare la pagina, intinse la penna nel calamaio e al lume della sua lampada, si mise a scrivere.