La Violetta era una di quelle donne che non si sa donde siano venute, nè dove vadano a finire; talvolta condotte al male dalla turpe miseria, più spesso dal lusinghevole esempio del lusso delle loro sorelle in Eva; fuorviate qualche volta da Alcibiadi spiantati, presso cui riempiono gl'intervalli (ahi troppo lunghi!) di più superbi amori; più spesso da logori Cresi, che esse consolano della freddezza o del tedio domestico; che poscia, avvezze al mercimonio, passano di mano in mano senza arrossire, come le cartelle del debito pubblico, e, ragguagliate da principio a cento, valgono ottanta da capo, oscillano insomma, oscillano sempre tra il più e il meno, tra il meno e il più, secondo i capricci del caso e la credulità della gente.
Costei ci aveva i suoi trenta suonati; però lasciamo argomentare a voi se non avesse oscillato. Aveva già dato il pretesto ad una separazione di coniugi; mandato due cassieri in Isvizzera ed un mercantuzzo in prigione per bancarotta fraudolenta; spennacchiati cinque o sei figli di famiglia, e messo un tutore al punto di non poter rendere i conti ai pupilli. Il resto si omette per brevità.
Vi basti sapere che da qualche tempo era scaduta un tantino, e aspettava la rivincita dal mondo ingrato, vivendo in un quartierino modesto, che si apriva a pochissimi; andando di rado per le vie, ma sempre contegnosa come una vedovella che non vuol sentir parlare di Cupido se non è accompagnato dal suo collega Imeneo: mostrandosi nei teatri a tutte le prime rappresentazioni, e non accettando, da quei pochissimi che abbiam detto, altro che fiori e cartocci di zuccherini; segno che li teneva a stecchetto. Nessuno sapeva dond'ella cavasse i danari, per menar quella vita; si facevano chiacchiere di molte, e senza dare nel segno. Era ciò che ella voleva; il resto sarebbe venuto da sè.
Questa cartella che s'industriava a crescer di prezzo, in un mondo il quale non cura che il valsente, al cospetto di uomini i quali stimano e ragguagliano tutto a lire e centesimi, virtù, vizio, dolore e piacere, era posseduta segretamente, o, per dir meglio, era lei che possedeva il Garasso. Egli, corto ingegno ed uomo volgare, non sarebbe mai venuto a capo d'indovinare i fini riposti di quella donna, che lo chiamava __biondino__ e lo comandava a bacchetta. Essa lo accoglieva e lo rimandava quando le mettesse conto; gli teneva il broncio, e col broncio la porta chiusa, per intiere settimane; poi lo racconsolava con mezze carezze. Ed egli durava quella vita, metteva fuori quattrini, e gli pareva ancor grazia. Quella fragranza, anche viziata, di donna elegante, era una certa novità che egli non aveva sentito mai, egli stropicciatosi per tutta la sua gioventù con gente da taverna e da bisca. In quella casa si sentiva odor di giaggiolo; colà passeggiava su d'un tappeto di lana, in mezzo a pareti coperte di carta felpata, e sedeva su d'un canapè foderato di velluto, mezzo seta e mezzo cotone.
Qualche volta (e questo era avvenuto per l'appunto in carnevale) la Violetta non aveva reputato disdicevole alla sua dignità di indossare le umili vesti della popolana, e imbacuccata nel mèzzaro far le notturne scappate con lui, gongolante e pomposo, nelle festicciuole della bordaglia. Quella era una degnazione! Se la signora Momina l'avesse veduta, e avesse potuto sollevare la maschera di quella femmina che posava audacemente il suo braccio su quello del suo maritino, certo sarebbe morta d'apoplessia. Ma egli era così felice a sentirlo sotto il suo, quel braccio delicatamente tornito! Quella bocca mezzo nascosta dal pizzo della maschera, sapeva bere con tanta grazia lo sciampagna apocrifo delle trattorie! E quando aveva bevuto, sapeva dirgli tante tenerissime cose! __In vino veritas__, avevano sentenziato gli antichi, e gli antichi la sapevano lunga. Dunque essa lo amava, non amava altri che il suo biondino, essa, corteggiata, desiderata da tanti pezzi grossi, che le recavano inutilmente i fiori e i cartocci di zuccherini!
Da parecchi giorni la maliarda ci aveva delle voglie pazze. Il suo salottino non le andava più a' versi, e bisognava metterlo a nuovo, sacrificando il vecchio velluto rosso ad un fresco ed elegantissimo tessuto verde a cordelloni. Abbiamo dimenticato di dirvi che la Violetta era bionda, epperò il verde le andava a capello.
Il biondino non diceva mica di no; ma in quel mese egli aveva già speso molto per lei, e la vena del giuoco, da cui cavava una parte de' suoi guadagni, dava uno scarso zampillo, a cagione dell'estate che sparpagliava i merlotti fuori del nido. Ora non è a dire se i denari del gesuita venissero a taglio, e se per guadagnarli egli ci andasse di buone gambe.
Con questi pensieri in capo, come gli parve ora da ciò, rifece la sua strada, e giunto ai quattro canti di Portoria tirò da mancina per la piazza di Ponticello e pel borgo de' Lanajuoli fino alla via dei Servi, dove andò ad infilare un buio portone, il quale era sormontato da una nicchia, con entro una Madonna di gesso, tinta di giallo, e onorata di una lanterna dalla pietà del vicinato. Un'altra lanterna splendeva nell'androne, tanto per lasciar leggere, sulla tela trasparente che le stava tesa sul maggior lato, la scritta seguente: «__Teatro del Forte in gamba.—Questa sera si recita.—Entrata: dieci centesimi__».
Il Bello si affrettò per una scala umidiccia e logora dal lungo uso, col passo spedito di un uomo assai pratico del luogo. Al primo pianerottolo una lucerna a riverbero, appiccicata al muro, rischiarava il cartellone dello spettacolo, che diceva così:
DON GIOVANNI BASTARDO D'AUSTRIA
con Barudda padre guardiano e Pippía converso
nel monastero di San Giusto.