Il teatro era al primo piano, e ci s'entrava sollevando una cortina unta e bisunta, proprio di rincontro alla lucerna e al cartellone che v'abbiam detto. Figuratevi un camerone, una stamberga dalle pareti ruvide, disuguali, il cui intonaco, nelle sue frequenti sfaldature, mostrava sei o sette mani di bianco datevi su da altrettante generazioni, con uno zelo degno di miglior causa. Lo zelo dell'ultimo padrone si chiariva altresì da certe strisce di carta tinte di terra rossa, che la pretendevano a simulacri di colonne, e da certi sgorbi d'ogni colore che volevano parer fregi, festoni, fioroni, ed altri consimili ornamenti. Dalle nere travature del soffitto pendeva una specie di lampadario spento, che sembrava piuttosto un arnese da pigliar mosche, e che si accendeva solo nelle grandi occasioni, vogliam dire allorquando la sala diventava una festa da ballo, e il palco del teatrino si tramutava in orchestra. La luce fioca che stenebrava il camerone, si spandeva per consueto dai fungosi lucignoli di due lumi a stella, le cui spere di latta pendevano dalle pareti, l'una di rincontro all'altra, e non venivano a capo di confondere i loro riverberi nel mezzo della sala.

Nè vanno dimenticati due cartellini, scritti a stampatello, l'uno de' quali accennava alla vendita di birra e gassosa, e l'altro significava il divieto di certi servizi che avrebbero potuto danneggiare l'intonaco. I lettori discreti intenderanno la perifrasi. Il pavimento era di mattoni, che, stropicciati un tal poco, svolgevano in aria una finissima polvere rossigna; ma il Forte in gamba li risciacquava diligentemente ogni giorno, per non levare addirittura il respiro al colto pubblico che veniva ogni sera a sedersi e a far baccano sulle dieci panche zoppe e sconnesse della platea.

Il Forte in gamba, così detto per ironia, e contento del suo battesimo per modo che egli stesso s'era pigliato quel nome e messolo per insegna del suo teatro, era un uomo sui quarantacinque, o in quel torno, dal viso buffonescamente arcigno, dal mento sporgente, dai capegli rabbuffati che gli uscivano per tutti i versi da un vecchio berretto della guardia nazionale. E non dimentichiamo, ad onore del suo soprannome, che aveva le gambe fuori di sesta. Era egli il primo attore della sua compagnia di fantocci; suo figlio l'aiutante; sua moglie, od altro che fosse, faceva le parti di donna; in tre parlavano per dieci. Qualche volta l'uditorio strepitava; la ragazzaglia scontenta scagliava sul palcoscenico i turaccioli delle bottiglie stappate e le bucce delle melarance mangiate. Ma allora, bisognava vedere! Il dramma s'interrompeva; la prima donna restava lì, colle braccia in aria; il primo amoroso in ginocchio davanti a lei, ma collo smalto degli occhi verso gli spettatori; e da una cortina di fianco alla scena sbucava il berretto di guardia nazionale colla zazzera scompigliata dell'impresario, e una voce sgarbata tuonava all'assemblea.

—Furfanti! canaglia! Or ora vi accomodo io….

—Forte in gamba! Forte in gamba!—gridavano i ragazzi.—Badate che non vi si rompano gli __esse__.—

Gli __esse__ erano le gambe del nostro primo attore, e non è a dire come gli cuocesse lo scherno.

—Ah, sì, pendagli da forca? Gli esse? Ora ve li do io in quel servizio, gli esse! E tu che ridi, e mi fai le fiche, figlio di…. aspetta a me!

—Non son io. Forte in gamba, non son io che ho tirato!—urlava il ragazzo mal capitato, a cui l'impresario, uscito dalla sua tana, ministrava una correzione esemplare.—È quell'altro…. il figlio della Rossa.

—Sì? il figlio della Rossa? Orbene, tu pagherai per lui e per te!—

E lì una gragnuola di busse, un baccano, un diavoleto. Il Forte in gamba, che era arrogante come tutti i segnati da Dio, l'avrebbe fatta a tu per tu con Sansone, e soleva dire che non aveva paura nemmeno di cento. Bisognava sentirlo, quando, invece di ragazzi, erano uomini fatti che gli davano la baia!