Qui ci convien lasciare ogni sospetto,
Ogni viltà convien che qui sia morta;
perchè, noi dietro al Guercio, e voi altri con noi, dobbiamo scendere nella buca, e dare una corsa per Genova sotterranea.
Anzitutto, a raffidarvi contro il timore di dover camminare nel buio, vi diremo che il furfante, dopo esser corso un cinquanta passi, seguendo il muro a tentoni, si fermò, diè mano ai cerini e poco stante il lucignolo acceso d'una lanterna cieca rischiarò dinanzi a lui uno spazioso androne, alto forse tre metri, che correva tra due ruvide pareti, su d'un piano inclinato di forma concava, seguendo sotterra l'asse medesimo della via sovrapposta.
Genova sotterranea, che noi sappiamo, non è stata mai particolarmente studiata nè descritta, e mi dicono che fino ad ora il Municipio non ne abbia neppure la pianta. Noi che ci siamo avventurati là dentro una volta, faremo di dirne qualcosa, aiutando i nostri ricordi con alcuni particolari più esatti e minuti che la cortesia d'un vecchio architetto ci ha posti in grado di aggiungere. Come li conosceva bene, il nostro compianto Pedevilla, tutti quegli oscuri meandri! E che Cicerone meraviglioso fu egli, per farne gli onori alla nostra curiosa giovinezza!
I nostri benevoli hanno prima di tutto a notare che noi non li terremo soverchiamente sotterra; che non seguiremo, verbigrazia, l'esempio di tanti famosi romanzieri che hanno fatto vivere i loro lettori, per una infilzata di capitoli, quattro o sei metri sotto la superficie del suolo. Oltre che noi non abbiamo tanto ingegno, nè tanta dovizia di partiti da tenerli a bada, va ricordato che le chiaviche di Genova non possono entrare in paragone coi monumenti sotterranei di Parigi; nè colle catacombe di Roma, nè colle immani cisterne di Bisanzio, nè colle vie dischiuse sotto l'Eufrate dagli antichi re di Babilonia. Genova, edificata a più riprese, secondo le crescenti necessità della sua popolazione, su d'un terreno malagevole, altro non riuscì che un lavoro di aggiunte e di rappezzamenti faticosi, così sopra come sotto, e privo, ahimè, di un concetto ordinatore. Laonde i grandi canali, invisibili seguaci delle grandi arterie cittadine, son pochi; tutti segnati in anticipazione dai letti de' rigagnoli, che separano le une dalle altre le colline digradanti dell'anfiteatro di Genova. Altri canali minori a centinaia, pochissimi de' quali son praticabili, inesplorati tutti, seguono i capricciosi meandri delle vie, viuzze e vicoletti della Superba, e ognun d'essi mette, giusta la sua pendenza, a taluno degli anzidetti canali maggiori.
Questi gran dignitarii della dea Mefite son cinque, i quali scendono, come dicemmo, a piano inclinato dalle alture; ma giunti al centro della città si stendono in linea orizzontale, e qui i topi medesimi, loro abitatori naturali, non ci vanno altrimenti che a guazzo. Se vi pigliasse il desiderio di visitarli, accettate il nostro consiglio di farvi portare in collo dai serventi addetti a que' sotterranei lavori, ed anche d'indossar vestimenta le quali non abbiano più da servirvi sulla faccia della terra.
Il primo di tutti (non già per ordine gerarchico, ma per ordine topografico) ha origine dal fossato di Sant'Ugo, là dalle parti dell'Arsenale di terra, e correndo sotto la piazza dell'Acquaverde e la Commenda di San Giovanni di Prè, attraversa la via Carlo Alberto, per metter foce in mare nel seno di Santa Limbania, di quella santa che ha comune coll'ottimo San Torpete la cittadinanza genovese, e la vergogna di non trovare anima nata che voglia portare il suo nome. Qual è, nella città dei __Baciccia__ e delle __Marinin__, la donna che si chiami Limbania, e l'uomo che si chiami Torpete? I due poveri santi non hanno divoti; ma in forma di compenso, e diremmo quasi di elemosina, San Torpete ebbe una chiesuola e Santa Limbania un seno; seno di mare, s'intende, sulla sponda occidentale del porto.
Il secondo canale nasce alle spalle dell'albergo dei Poveri in Carbonara, e passandogli tra le fondamenta, scende sotto la piazza dell'Annunziata, sotto quella delle Fontane, sotto la porta dei Vacca e va a scaricarsi in mare sotto il magazzino dei Salumi.
Il terzo, nel quale siamo ora avventurati noi, sulle orme del Guercio, dall'alto di via Gambaro, all'ingresso di via Nuova; di là per le viscere di piazza del Ferro, dei Macelli, di Soziglia, di via degli Orefici, di piazza de' Banchi (tutti luoghi ne' quali non raccoglie oro per fermo) va a sgabellare la sua mercanzia sotto il palazzo della Dogana.
Il quarto e il quinto, a dir vero, non la durano a lungo divisi. Scendono da via Assarotti e da via Palestro; si vedono, s'amano e si maritano clandestinamente sotto gli archi dell'Acquasola. Di qui, rasentando le case di via San Giuseppe (più conosciuta sotto il vernacolo nome di __Crosa del Diavolo__) la felicissima coppia scorre sotto il braccio sporgente dell'ospedale di Pammatone, e difilata per Portoria, Rivo torbido, i Lanaiuoli, i Servi e la piazza della Marina, va a nutrire con paterna cura i suoi figli adottivi, che sono (il lettor genovese l'ha già indovinato) i mùggini punto schifiltosi del cosiddetto Seno di Giano: un seno accecato, pur troppo, dal bisogno di una strada a mare, che ha pur sottratto all'amore dei Genovesi l'indimenticabile scoglio Campana.