«In una cosa soltanto ho errato, e me ne accuso. Sappiatela, poichè essa è, insieme con questa lettera, l'ultimo atto di debolezza di quella donna che avete così mal giudicata. Or fanno due mesi, mio marito era in fin di vita. In una di quelle lunghe veglie durate al suo capezzale, mentre i medici già disperavano di lui, ho accolto nella mente un malvagio pensiero.—Non è, pensai, non è per cagion mia ch'egli muore; la natura, il cielo, lo avranno voluto; or bene…. se io rimanessi sola…. padrona di me….—E in questo pensiero mi fermai un istante; vagheggiai una vita nuova. Uno spirito perverso mi sussurrava arcane parole all'orecchio, mi additava in lontananza una distesa di sereno orizzonte…. Un lamento dell'infermo richiamò la figlia d'Eva al suo debito di moglie, e sgombrò dalla sua mente le larve di un sogno colpevole; Lilla tornò in sè medesima. Ma di quel sogno, di quell'istante d'aberrazione involontaria, inconsapevole. Iddio l'ha punita, acerbamente punita, facendole giungere nella lettera di Paris Montalto una testimonianza di oltraggiosi sospetti.

«Vi perdono, poichè è debito mio di donna e di cristiana, vi perdono; ma per l'oltraggio medesimo e per tutto ciò che l'alterezza dell'animo mio ha dovuto patire, o mutate costume, o ritenetevi dallo scrivere più oltre ad una donna la quale ha fallito una volta e solamente per voi, come solamente per voi deve arrossire di sè stessa, ma che ora non ha più nulla a rimproverarsi, se non forse la colpa di aver segreti per l'uomo a cui è legata da un sacro giuramento; e ciò per voi, solamente per voi.»

XXXVII.

Come Lorenzo andasse in traccia di Niso e dovesse far capo ad Eurialo.

Leggendo la sua parte di quel dramma intimo, che i lettori conoscono oramai per intero, Lorenzo Salvani rimase fortemente turbato. Nell'animo suo, lo sapete, era un certo che di femmineo; però egli, senza trascorrere a pronti ed acerbi giudizi, intendeva tutti i dolorosi rivolgimenti, per cui, come in altrettante filiere, aveva dovuto trascorrere, assottigliarsi, l'affetto di Lilla, giovinetta innamorata senza ardimento, donna amante senza saldezza di propositi; non abbastanza generosa per darsi tutta quanta; d'indole buona, ma di consuetudini guasta; una di quelle donne, in fine, le quali son nate per sacrificare la vita a chi le inganna, o per uccidere chi le ama davvero; povere figlie d'Eva, sì veramente, alle quali la logica diritta del cuore è offuscata da false sembianze di vero, non abbastanza notate da prima, e troppo notate e troppo ingrandite di poi.

L'orgoglio era il peccato capitale di Lilla. Dalle lettere scritte nella sua solitaria dimora campestre ella appariva soltanto una donna infelice; la puntigliosa morale che governa il mondo, o crede di governarlo, poteva condannarla; ma la logica del cuore, che non sa d'impedimenti umani, nè di patti giurati, notando nel fatto di quella donna, non già un pervertimento di sensi, sibbene l'impulso di un amor prepotente, l'assolveva, la rendeva degna di compianto. Senonchè l'anima debole era trascorsa all'eccesso dei nuovi consigli; si rifaceva al debito antico, ma rinnegando ogni senso di tenerezza umana; s'argomentava di far sentire la schietta voce della virtù sospettata, ed altro non parlava in lei che l'orgoglio offeso. La superbia aveva vinto l'amore, triste istoria, solito epilogo di tanti romanzi!

Lorenzo mise l'ultima lettera accanto alle altre nel cofanetto, lo chiuse e di bel nuovo lo depose nel cassettone. Egli conosceva finalmente l'arcano dei natali di Maria; ma che farne? come trarne giovamento per lei?

Innanzi di metter mano su quel carteggio, egli aveva fatto il disegno di raccomandare la sua sorella adottiva alle cure del generoso Assereto. Ma dopo aver letto que' fogli che in così strana e inaspettata maniera gli mostravano Maria figliuola d'un Montalto, e congiunta di sangue ad Aloise, il primo consiglio più non gli parve il migliore. Aloise, era al pari dell'Assereto uno schietto amico, un gentiluomo, un vero uomo; per giunta si chiariva esser egli l'unico protettore naturale, autorevole, della fanciulla; a lui dunque si spettava la custodia dell'arcano.

Le quali cose meditate, e diremo quasi librate sulla bilancia, Lorenzo Salvani diè di piglio alla penna, per scrivere una lettera ad Aloise di Montalto. Ma egli aveva a mala pena incominciato, che ancora mutò consiglio, parendogli meglio fatto di andare egli stesso a cercar dell'amico. Molte cose si dicono agevolmente a voce, che sulla carta richiedono eterni rigiri di frasi, e poi si teme di non averle dette per modo che altri le intenda a puntino. Suonavano in quel mentre le nove del mattino; certo, Aloise era in casa; lo andar da lui tornava più agevole e più spedito dello scrivere.

Rassettandosi in fretta per andar fuori, aperse l'uscio della camera; ma nella sala d'entrata s'imbattè in Maria che appunto veniva a chieder di lui.