Le cose da nulla c'erano, e attendevano in casa sua l'inconscio
Salvani.
I nostri lettori non ignorano che il servo Michele era nel segreto della congiura, e rammentano certamente il suo dialogo col Bello nell'osteria della Piccina, nel qual dialogo s'eran fatte allusioni parecchie all'impresa, e alla parte che ci aveva da prendere Lorenzo. Queste cose. Michele non le sapeva soltanto dal Bello, ma dal suo padrone medesimo, il quale non avrebbe onestamente potuto tacerne a quel vecchio commilitone di suo padre, legionario d'America e veterano di Roma. Michele, sebbene in umilissimo stato, era quel che oggi si direbbe un uomo politico; e Lorenzo Salvani, se non era andato tant'oltre da lasciargli intendere che cosa aspettasse per sè dallo scoppio della congiura, aveva pur dovuto chiarire al suo fidato, com'egli ci fosse a capo fitto, per riuscire a raccomandargli di star zitto in casa, ed altresì a persuaderlo che volesse tenersi quella sera in disparte, per custodire la signorina Maria.
A questo non s'era piegato agevolmente il vecchio servitore, Le mani gli pizzicavano anche a lui, e un po' di governo provvisorio fatto con quelle sue mani, gli sarebbe parso doppiamente gustoso. Ma Lorenzo gli aveva dipinto con tanto vivi colori il pericolo di lasciar sola in casa Maria, e lo sgomento naturalissimo della fanciulla quando ella avesse udito far le schioppettate per le vie, che Michele, il quale amava la signorina quanto il signorino, anzi quanto l'Italia e la repubblica insieme, s'era finalmente rassegnato; e dopo aver promesso di starsene colle mani in tasca, aveva anche giurato di tenersi la lingua tra i denti, per non spaventare innanzi tempo la sua padroncina.
Aveva giurato, diciamo; ma serbava il giuramento a modo suo, sebbene colle migliori intenzioni del mondo, e col più saldo proponimento di non mettere la fanciulla in sospetto. Figuratevi che da parecchi giorni, in casa, mentre accudiva alle sue faccende, non faceva altro che canticchiare le canzoncine spagnuole. Ora, per Maria era segno di guerra, quando Michele cantava spagnuolo, e segno di guerra grossa, imminente, quando erano canzoni di genere gaio e soave. Michele somigliava in ciò a quel gran capitano che soleva dissimulare la gravità dei suoi disegni con qualche facile cantilena mormorata tra' denti. E più Michele era internamente agitato, più dava nell'arcadico; più era grave il sopraccapo, più gaia la canzone.
Già due o tre volte nei giorni precedenti la giovinetta aveva chiesto a Michele che cosa volessero dire quelle sue insolite riprese di canto spagnuolo.
—Nulla, nulla!—aveva risposto il servitore con aria impacciata.—Canto per distrarmi un tantino, la non ci abbadi!—
E poi, gli uscivano dette, tra una strofa e l'altra, certe frasi di colore oscuro, le quali non aveano nulla a strigare colle canzoni, nè con ciò ch'egli andava facendo. Ed ella ad interrogarlo da capo, ma senza cavarne un costrutto.
—È tempo di finirla!—aveva gridato Michele, proprio la sera innanzi, in quella che stava in cucina a rigovernare il vasellame da tavola, e non s'era addato della presenza della padroncina che passava lì presso.
—Che cosa?—aveva chiesto Maria, fermandosi sull'uscio.
—Nulla, signorina. Parlavo da solo come fanno i matti.