Lorenzo, dopo avere almanaccato un tratto, fece quello che avreste fatto voi, o lettori, e che avremmo fatto anche noi, in un caso simigliante. L'aperse, e lesse queste poche parole:
«La contessa Matilde Cisneri prega il signor Lorenzo Salvani, a voler passare da lei, domani, per cosa urgente; e lo ringrazia in anticipazione.»
Potete immaginarvi come egli rimanesse a quella lettura. Di stucco, è forse un dir troppo. Ma che cosa voleva la contessa Cisneri da lui? Lorenzo l'aveva udita nominare come una delle più belle signore di Genova; ma, vivendo egli appartato dal mondo elegante, non aveva mai avuto occasione di conoscere quella bellezza neanche per via. Ma egli era uomo, finalmente; ed una lettera di donna doveva fargli quel senso che fanno di consueto ad un uomo gli scarabocchi di una figlia di Eva.
—Domani!—andava egli dicendo tra sè.—Da oggi a domani ci sono ventiquattr'ore da aspettare. Basta; purchè passino, vedremo.
VIII.
Dove si legge vita e miracoli della signora che aveva scritto la lettera.
La contessa Matilde Cisneri, che ora è in Francia, abitava nel tempo di questa narrazione una palazzina di là dall'Acquasola. Oggi la cerchereste invano, questa palazzina, perchè ha da essere caduta nel taglio di una tra le nuove strade aperte verso la montagna, se pure non è rimasta sopraffatta tra due file di casamenti nuovi, che bene non ci ricorda.
Era una donna celebre, la contessa Matilde; una delle dieci o dodici apostolesse della moda, le quali si contendono, o si spartiscono il dominio dei cuori; regine elette per suffragio universale, ma che ripetono tuttavia il loro diritto divino dalla bellezza e dal censo; le quali, se vanno a spasso, ci hanno il corteggio di parecchi cavalieri, e in teatro vedono aprire e chiudere di continuo l'uscio dei loro palchetti, per la ressa dei visitatori; talune buone e talaltre cattive secondo la loro natura e quella di chi le attornia; donne che tutti saettano dei loro sguardi e assediano dei loro sospiri; delle quali ognuno vi racconta la vita, o si argomenta di raccontarvela, perchè essendo esse più in mostra di tante altre, ogni loro parola, ogni gesto, sono interpetrati per diritto e per rovescio, epperò ad un terzo di vero si appiccicano molto agevolmente due terzi di falso.
La contessa di cui parliamo, nata col titolo, avrebbe dovuto perderlo andando sposa ad un ricco intraprenditore di opere pubbliche; ma questi era morto, lasciando lei erede usufruttuaria. Non aveva carrozza; ma a Genova la mancanza di una carrozza non è poi molto grave. Per contro aveva un palchetto in prima fila al teatro Carlo Felice, e ci andava con una sua vecchia amica, la quale, non sapendo staccarsi dal mondo e dalle sue vanità, si appuntellava alla rinomata bellezza di una giovine, per non uscirne del tutto, avendo poi l'aria di tenere la vedovella in quasi materna custodia. Da qualche tempo la contessa era infastidita dei suoi adoratori consueti. A Genova, come in ogni altra città, v'è uno stuolo vagabondo di questi personaggi, i quali fanno in una sola sera, e nel tempo di una sola rappresentazione di teatro, più giri che uno sciame di pecchie. Altri direbbe calabroni, ma noi ci atteniamo alla immagine più graziosa. Ora alla contessa Matilde questo farfalleggiare non andava molto a genio, nè più le garbava quello scambiare di futilissimi discorsi, o il dover nutrire la conversazione di ciò che faceva l'Erminia, l'Amalia, la Fanny, od altra delle dive, semidive e ninfe della giornata.
D'altra parte (e forse qui era da trovarsi la vera ragione) da qualche tempo ella non risplendeva più nel «ligustico cielo» come una stella di prima grandezza. Al suo entrare in teatro, ella non vedeva più, come prima, voltarsi le teste di tutti gli Adoni, con quel piglio di curiosa attenzione che sembra dimandarne altrettanta. Gli astronomi del teatro guardavano qualche regina di più fresca consecrazione, o qualche sposina, o qualche bella fuggitiva d'altra città, regina forestiera, venuta a rivaleggiare di pompa e di leggiadria con le padrone del campo.