Ella insomma non era più nel novero delle prime, sebbene il suo specchio non avesse punto smesso dal dirle, e con ragione, che la bellezza le fioriva sempre le guance. Vanità delle cose umane! Neppur la bellezza bastava a combattere gli effetti della consuetudine; e quel che era peggio, molte delle nuove venute erano più belle di lei, nè i giovinetti, nè i vecchi che la pretendevano a giovinotti, quando si recavano a farle la visita d'uso, rifinivano mai dal tenerle discorso di questa o di quella delle sue fortunate rivali.

Il tedio della contessa Matilde era grande, anzi sterminato a dirittura. Già due volte aveva parlato, così tra un nastro e un ventaglio, di voler morire, perchè a questo mondo non si era compresi mai, e faceva delle elegie alla luna, ma avendo tuttavia il buon gusto di non metterle in versi. Anche qualche gita al camposanto non sarebbe stata male; ma quella mancanza d'alberi per incorniciare le tombe l'aveva subito distolta dal malinconico pellegrinaggio, e dai pensieri che vi fanno capo. Anche laggiù regnava la menzogna, e, peggio assai che detta a fior di labbro, scolpita nel marmo.

Gli amici di casa, vogliamo dire i più intimi, non la riconoscevano più. Nessuna cosa poteva rallegrarle lo spirito. Era ella in uno di que' tali momenti in cui si piglia un amante, se si riesce a trovarlo autentico; uno di quelli amanti teneri e feroci ad un tempo, i quali si fanno della donna amata una divinità ed una vittima, e mettono un pizzico di pepe nelle sciocca monotonia della vita.

Aloise di Montalto, con la sua svelta persona, ed il viso improntato di nobile alterezza, che ricordava il verso di Dante __Biondo era e bello e di gentile aspetto__, sarebbe stato l'uomo adatto a temperarle quella mestizia profonda, a farle parere ancor bella la vita, e soprattutto a far crepare di rabbia tutte le rivali sullodate, e di gelosia mista a rimorso tutti i pianeti che s'erano lasciati attrarre nell'orbita di quelle nuove stelle, o comete che fossero.

Ma ella aveva fatto i conti senza Aloise. Il giovine Montalto amava, e non era lei la donna che lo faceva sospirare. Ora, con tutto il suo accorgimento femmineo, la contessa non aveva indovinato ciò; aveva creduto che Aloise fosse un uomo come tutti gli altri, ai quali basta una languida occhiata per farli girare, come le banderuole dei tetti, al più lieve soffio di vento. Per sua maggiore disdetta, la prima parola che ella aveva detto ad Aloise, nella veglia delle maschere al teatro Carlo Felice, lo aveva punto sul vivo.

—Che cosa vai tu a fare ogni giorno sul belvedere dei Giardinetti, accanto alla villa Di Negro?—gli aveva sussurrato ella all'orecchio, ripetendo una frase udita da altri.

Aloise andava appunto colassù ogni giorno e ci passava le ore intiere; ma c'era un grosso perchè, una viva debolezza del suo cuore. Egli infatti non andava a nessun ritrovo di amore, su quel belvedere dei Giardini pubblici, e non istava a guardar altro che un comignolo di tetto.

Già da parecchi mesi egli faceva quel pellegrinaggio ogni giorno; ma nessuno sapeva che cosa guardasse, perchè egli non se n'era aperto mai con alcuno, nemmeno col Pietrasanta che gli era amicissimo. Laonde, non è a dire come gli recasse molestia sentirsi toccare quel tasto da una maschera che egli aveva facilmente conosciuta per la contessa Matilde.

Tutti sanno che al tempo di questa narrazione, le veglie del teatro Carlo Felice si tenevano soltanto nelle sale del Ridotto. Le signore eleganti salivano in pompa magna a darvi una scorsa, o mettevano una mascheretta al viso, e un domino di seta sulla loro abbigliatura da teatro, onde era facile il riconoscerle, come se fossero andate a fronte scoperta.

Aloise dunque aveva arrossito a quella dimanda pungente della contessa Matilde, e tremando in cuor suo che ella avesse potuto indovinare un segreto non confidato da lui ad anima viva, rispose asciutto alla contessa Cisneri: