Mancava l'avolo, perchè (diceva la contessa) egli non aveva mai voluto farsi fare il ritratto. Il conte Cesare era un benedetto uomo, pieno di stravaganze, che non c'era verso di cavargliele dal capo. Aveva il temperamento sanguigno, il conte Cesare! Del resto, gran soldato; e Napoleone I, che s'intendeva d'uomini, avrebbe dato un occhio del capo per averlo dalla sua; ma lui duro. Il conte Cesare, che non voleva farsi fare il ritratto, era morto di un colpo apopletico. Bella morte, per un gentiluomo!

Come ognuno vede, se mancava il ritratto a olio, suppliva il bozzetto a voce. Il Cigàla, quel faceto giovinotto che molti dei nostri lettori si ricorderanno di aver conosciuto, e che è morto da valoroso nella giornata di Montebello, sospettava fortemente della autenticità di quei ritratti, e sosteneva di averli veduti nel fondo di una bottega da rigattiere. In quanto al conte Cesare, lo diceva un ritratto di fantasia, per meglio colorire i due accennati.

Gli altri due erano ritratti di donne. Una era la moglie del conte Cesare, la quale non partecipava punto alla ripugnanza del marito per la pittura. L'altra era una gentildonna della famiglia, andata a nozze, non si sapeva più bene se con un Pallavicino di Parma o con un Visconti di Milano.

Il prete di casa le sapeva a menadito, tutte quelle storie; ma il poveraccio era morto! La contessa Matilde ne aveva sentito parlare, quand'era piccina, ma non le aveva tenute a mente. Della qual cosa non è a dire quanto le dolesse; perchè le ricordanze di famiglia sono una seconda religione, e bisogna tenersele care.

Il padre della contessa, l'unico ritratto di cui il faceto Cigàla non avesse mai dubitato, era in miniatura, e si poteva vederlo nel salotto verde, sopra la spalliera del gran canapè, sul quale la contessa era usa sedersi, quando non le tornasse meglio sdraiarsi su d'un piccolo sofà, accanto alla finestra, per leggiucchiare i giornali.

Faremo un breve ritratto dell'ultima discendente di tanti egregi personaggi, dicendovi che era bionda, bianca nel viso come tutte le bionde, ed amava portare i capelli tirati indietro, ma con una fila ordinata di ricciolini minuti sulla fronte, come una dama francese del Seicento. Ella poi, bionda com'era, reputava ottima la tappezzeria verde, le cortine verdi, che facevano risaltare assai bene la sua bianca figura.

Siamo dunque entrati nel salotto verde, e non ci ha neppur visti dal vano di un uscio socchiuso, o dal buco di una toppa, la vispa Cecchina, una cameriera che sa tutto, che vede tutto, vero ministro degli affari interni in gonnella di lana, a scacchi rossi e neri, e grembiale di seta.

Invisibili come un eroe di poema epico, a cui un Nume benigno ha concesso l'accappatoio di una nuvola, possiamo guardare a nostro bell'agio la bionda contessa, che è appunto sdraiata sul piccolo sofà daccanto alla finestra, con un tavolincino di lacca giapponese posto lì presso, che la mano della signora possa giungervi senza incomodo, a scegliere tra una rivista francese, due giornali di mode, uno di politica, e un volume del Leopardi.

Il qual volume, sia detto ad onor del vero, stava aperto sulla lastra verniciata, parendo rimasto a bocca aperta per la meraviglia del trovarsi in quella compagnia.

La contessa Matilde non leggeva. Appunto pochi momenti innanzi aveva deposto il libro, aperto alla pagina di Consalvo, a cui consola la triste agonia il primo bacio di Elvira. Col capo arrovesciato sulla soffice spalliera tondeggiante del sofà, gli occhi socchiusi in atto di meditazione profonda, una mano raccolta al seno e l'altra mollemente abbandonata lungo le pieghe di una veste di color pavonazzo, stretta alla vita e stretta al collo, dov'era terminata da una gorgieretta a cannoncini insaldati, l'avreste detta una bella figura del Vandyck, spiccatasi dalla sua tela, e diventata di carne, d'ossa e di seta, per far grazia a voi, prelibati lettori.