—E voi dovete esserne tanto più superbo,—disse il Pietrasanta,—in quanto che nemmeno il Creatore, l'unico che se le possa far naturali, potrà superarvela.—
Il giardiniere si accorse di averla detta grossa, ma non sapeva come rimediarci. Però, tutto confuso, chiese perdono a Dio di quell'atto di superbia, e precedette il Pietrasanta nel fitto delle piante, per dove si andava alla grotta. Era un uomo dabbene e timorato di coscienza, il giardiniere dei Torre Vivaldi, e pensava con raccapriccio a quello che gli avrebbe potuto dire il padrone, se lo avesse inteso bestemmiare a quel modo.
Intanto Aloise, appena i due furono scomparsi, in cambio di sedersi sull'erba, siccome aveva detto di voler fare, andò a posarsi su d'uno di que' sedili di sasso, e precisamente su quello che era a' pie' dell'albero presso la tavola, piantando i gomiti sulla lavagna e rimanendo col capo chino tra le palme.
Il giovine stette in quella postura un bel tratto, pensando e sospirando; poi, come uomo che ha preso una deliberazione, si alzò ed andò per ogni lato a cercare. Che cosa cercava? Un coccio di maiolica, un mozzicone di lavagna, qualche arnese, insomma, da potergli servire per iscrivere su quella superficie levigata della tavola.
Trovò finalmente il fatto suo, e si pose con fanciullesca gravità a segnare un nome a lettere maiuscole, sulla lavagna. Il filo del coccio si corrodeva nello sfregamento, ma Aloise calcava sempre più forte, e tornava sulle lettere per modo da scavarle più profonde, sicchè non potessero più cancellarsi.
Il nome che egli andava cosiffattamente incidendo (i lettori si saranno già apposti) era quello di «Ginevra», della bella marchesa di Torre Vivaldi.
Ecco dunque posto in chiaro il segreto di Aloise. Il giovine marchese di Montalto amava quella gentildonna che nostri lettori non conoscono ancora se non per la bizzarra dipintura che ce ne ha fatto quel capo scarico del Pietrasanta.
Raccontiamo una cosa che parrà strana a molti, ma che è vera come l'istessa verità, e che taluni conosceranno a prova. L'amore di Aloise per la bella marchesa di Torre Vivaldi contava già sei anni di vita, e l'innamorato non aveva detta anche una parola alla donna de' suoi pensieri.
Appena sei anni innanzi Antoniotto Della Torre aveva tolto in moglie la bella Ginevra, ultimo rampollo dell'antica casata dei Vivaldi. Insieme con la mano della fanciulla, che era in un monastero a compiere la sua educazione, c'erano cinque o sei milioni di sostanza, e il patto che il marito assumesse il nome della famiglia, che si sarebbe estinto colla persona di Ginevra.
La giovinetta andò sposa al Della Torre, senza pure averlo veduto; ma lo aveva veduto il tutore, e bastava. Sono questi i matrimoni che da noi si dicono di __convenienza__, parola che vorrebbe dissimulare il tornaconto, e non ne viene a capo. Antoniotto era ricco; la Vivaldi era ricchissima, nobilissima e bellissima per giunta; laonde non è a dire se il tornaconto c'era, e perciò il matrimonio fu combinato alla spiccia, e la fanciulla uscì dalla cella solitaria del monastero per andar difilata alla stanza nuziale.