—E perchè non vuoi dare un'occhiata di qua, dove c'è la bella
Vivaldi, tornata l'altro dì da Parigi?
—Oh bella! perchè non mi par necessario.
—È uno dei soliti capricci; lasciatelo fare!—aveva soggiunto il
Pietrasanta, che era nel crocchio.
—Un capriccio! Sarà;—disse di rimando Aloise,—ma io penso che sia ragionevole come tante altre cose, alle quali si usa dar questo nome. O che? Per la semplice ragione che una bella donna è venuta in teatro, tutti dobbiamo voltarci per adorarla? È bella, voi dite; tanto meglio…. per suo marito. Io, per me, sto attento alla musica, la quale è fatta per tutti; e, poichè voi altri guardate altrove, penso sia cantata e suonata soltanto per me.—
Aloise non aveva potuto risponder sempre di questa conformità alla gente. Per quella sera si incaponì a non guardare; ma alcune sere dopo, essendo egli in un palchetto a far visita ad una signora, sua mezza parente, gli venne chiesto come gli paresse la marchesa Torre Vivaldi.
—Dov'è,—soggiunse egli.—Io non l'ho anche veduta.
—Come?—disse allora la dama;—siete venuto qui sul davanti e non avete veduto quella bella signora che è due numeri più indietro di noi?
—Ah, sì, la vedo. È molto bella.—E non disse altro.
Senonchè, per uno di quei tali contrasti che occorrono così frequenti nella umana natura, dopo essersi fitto in capo di non guardar mai quella ottava meraviglia del mondo, si fece a guardarla fin troppo. Se qualcuno gli avesse fatto notare quella sua contraddizione, egli non avrebbe voluto capacitarsene; ma, anche senza addarsene, i suoi occhi correvano spesso verso quella bella figura.
Quella sera la marchesa Ginevra era modestamente vestita di nero, con la vita aggiustata alla persona, le spalle e il collo interamente coperti, e nessun altro ornamento tranne certe frappe aperte sulle maniche, alla foggia del cinquecento. I suo capelli castagni erano tirati indietro, e la severità di quella acconciatura era temperata soltanto da due riccioli lunghi, che le scendevan dietro alle orecchie, andandosi a confondere col nero della veste.