Tutte quelle cose le andarono cosiffattamente al cuore, che non istette lunga pezza a farsi trovare sull'uscio di strada; e colà, poichè la signora Momina non era donna da volerlo far sospirare e struggersi, con troppo danno di quelle guance rosee, furono fermati i primi patti della resa. D'allora in poi il Bello salì fino in casa; dapprima raramente e con molti riguardi, poi tutti i giorni alla libera. Il vecchio calzettaio era a letto e non aveva nulla a vedere di quell'intruglio; di guisa che il Bello non ebbe più mai a piatire in casa propria per desinare e cenare, come faceva senza portarci quattrini.
Là, in casa del vecchio bietolone, egli ci aveva ogni cosa; i bocconi prelibati, le vestimenta e i denari per le male spese. La provvidenza gli s'era fatta incontro, sotto le spoglie della signora Momina, e figuratevi che gran provvidenza l'avesse ad essere, una provvidenza innamorata.
Il vecchio padrone morì, e quella sera se ne bevve un bicchiere di più, per dargli l'estremo vale all'uso degli antichi. Gli eredi non avevano potuto ritogliere alla signora Momina quel tanto che il vecchio le aveva lasciato, in ricompensa delle sue cure assidue, nè quel tanto che ella aveva saputo metter da parte, di roba e denaro. Però, quando ella profferse la sua candida mano al biondino, egli non se lo fece dire due volte; e due mesi dopo, il parroco delle Vigne celebrava le nozze.
Il Bello la faceva contenta fra tutte le mogli. Di tanto in tanto correva qualche manrovescio, ma le lividure erano sempre colorite d'un tal poco di gelosia: onde la signora Momina, se per avventura le dolevano le carni, aveva a ricattarsene largamente nella soddisfazione della sua vanità femminile. E poi, era un così leggiadro garzone, e sapeva chiedere così bene la pace, quando aveva bisogno di denaro! Chi bene ama, soleva dire la signora Momina, chi bene ama, bene bastona.
Costei, come si è detto, ci aveva in serbo un bel gruzzolo di scudi; ma guadagnava anche piuttosto largamente, facendo l'indovina coi mazzi di carte, e in casa sua ci bazzicavano molte signore, senza contare le gran dame che la mandavano spesso a chiamare. Questa di sapere il futuro è sempre stata una manìa delle donne, e talvolta anche degli uomini; laonde la nostra indovina del vico di Mezza Galera faceva quattrini a bizzeffe ed aveva modo di mettere il naso in un visibilio di pettegolezzi, i quali è fama andasse poi a rifischiare ad un certo valentuomo che li pagava ad oro sonante.
Che cosa faceva intanto il Bello? Si occupava di cose politiche; era un Verrina in sessantaquattresimo, un Bruto che avrebbe ucciso non uno ma dieci tiranni, e che, mancandogli la buona occasione di trovarseli sotto le mani, passava il tempo nelle ultime sale della bottega da caffè del Gran Corso, giuocando grosse poste a biliardo e a picchetto. Leggeva __l'Italia e Popolo__ e si vantava anzi di aver contribuito coi suoi denari al sostentamento di quel democratico giornale, nè si riteneva dal dire qualche volta (in un crocchio di amici profani alla politica) come egli avesse stretto la mano a Giuseppe Mazzini.
Queste cose, già s'intende, non si arrisicava a dirle al cospetto di Francesco Bartolomeo Savi, direttore di quel giornale, ed ottimo cittadino di cui Genova rimpianse nel '64 la morte luttuosa, nè d'altro dei capi del partito, ed amici del Mazzini; i quali, parte non lo conoscevano neppure, parte lo avevano in conto di un semplice gregario, e gli perdonavano l'ozioso vivere e la mania del giuoco, in grazia del fervore che egli mostrava per la causa comune.
Parecchi di questi ottimi popolani sapevano bensì della vita oziosa del Bello, e del bazzicar che faceva in certi luoghi; ma, buona gente ed aliena dai cattivi giudizi, non ci guardavano tanto nel sottile. Alla fin fine, spendeva del suo, e nessuno andava a grattare quella superficie per vedere sotto l'intonaco. D'altra parte, egli era così ardito nella affermazione de' suoi propositi, si mostrava così bollente ne' suoi entusiasmi, che sarebbe stato proprio un fargli villania, il non aggiustar fede alla saldezza ed alla onestà de' suoi intendimenti.
Questo bel mobile era il marito della signora Momina, dottoressa in cartomanzia. Adesso vedremo che cosa andasse a fare in casa loro quel signore dai capelli rossigni, il quale, mentre noi eravamo intenti a dipingervi quella coppia felice, saliva le scale e bussava all'uscio del secondo piano.
—Serva umilissima, signor Magnifico!—esclamò la signora Momina, aprendo l'uscio al dottor Collini; che era appunto egli il visitatore della famiglia Garasso.