La sera del 29 giugno, nell'ansia della duplice lotta in cui s'era impegnato, tra le mille necessità di un'azione previdente e sollecita, egli non ebbe tempo ad assaporare i frutti della sua triste vittoria. Ma, per quel tanto che aveva a fare, una scorsa fuggevole al carteggio di Lilla, bastò. E il suo disegno fu pronto; condurre la marchesa, che era dama di misericordia, in casa Salvani, e trarne via la fanciulla.

Il colpo era audace; nella mente di un uffiziale della giustizia sarebbe stato agevole collegarlo con quell'altro dei falsi carabinieri. Ma Bonaventura era e sapeva d'essere onnipossente in certe anticamere, dove la legge è soverchiata dalla opportunità. Chi, degli offesi, avrebbe potuto farsi udire lassù? Chi, dei vendicatori, avrebbe voluto render giustizia, spontanea, a gente nemica dell'ordine? Da un pezzo è stato detto, le leggi esser come le ragnatele, che i moscerini vi restano impigliati, e i mosconi le sfondano.

Condotta da lui, indettata da lui, la dama di misericordia andò in quella notte in casa Salvani. Quel che avvenisse, s'indovina. Maria vide quella donna così austeramente bella, che, senza saperlo, senza formarsene un concetto nell'animo arrossiva dinanzi a lei; la guardò lungamente, mentr'ella le parlava con quell'accento soave e lievemente turbato; nel suo cuore fu un risvegliarsi confuso di sensi ignoti dapprima; sentì la voce del sangue, e spinta da una virtù inconsapevole, riparò sotto l'ala materna, senza pensare se ella avrebbe potuto, se pure avrebbe voluto proteggerla.

Il mattino vegnente, la fanciulla entrava di buon grado nel convento di San Silvestro, dove la superiora delle Clarisse l'accoglieva come una raccomandata della marchesa di Priamar, come una povera orfana, la quale sentisse nell'animo la vocazione di prendere il velo, sotto gli auspicii di santa Chiara. S'intende che una simigliante vocazione non era manifestata da Maria. La marchesa, tra mille soavi esortazioni, le aveva dimostrato il convento come un luogo di rifugio e di aspettazione. La povera fanciulla era affranta da tutto ciò che le era avvenuto il giorno innanzi, dai casi di quella notte, e dal non saper nulla di Lorenzo, dopo il tentativo della sera. Bonaventura aveva parlato, in sua presenza alla marchesa, di una mischia in piena regola, di morti e feriti, della presa e dell'abbandono di un fortino, di prigionieri fatti in gran numero, e la fanciulla aveva sentito un'acerba stretta al suo cuore, già travagliato da un'ansia febbrile. Che era egli mai avvenuto di Lorenzo, dell'unico suo protettore, dell'amico d'infanzia, dell'uomo a cui poche ore innanzi aveva detto il segreto dell'anima sua? Forse morto; forse in carcere, e condannato a tristissima fine! Sì davvero, il convento era un rifugio a tanta ad ineffabile angoscia.

E la marchesa, intanto? Che cosa le aveva detto Bonaventura? Tutto e nulla. Le sue parole avevano fatto intendere alla marchesa com'egli fosse consapevole dei natali dell'orfana. Lilla, che, alla vista di Maria, all'udirne il nome, al considerarne la giovinezza, s'era fieramente turbata, non ardì chiedere di più. E quando il gesuita, lasciando cader lentamente le frasi, toccò di alti natali, d'un segreto domestico di diciott'anni addietro, la nobile dama si fece tutta di fuoco nel viso, e tremò ch'egli proseguisse. Ma quel primo assalto bastava per quella volta al gesuita; si morse il labbro, e non disse più altro.

Quale aspra battaglia combattessero l'amore e lo sdegno nel cuore di Bonaventura, allorquando egli, raccoltosi finalmente nel silenzio della sua cameretta, si recò in mano il carteggio di Lilla, non istaremo a dir noi. Le forti commozioni si accennano, non si dipingono. Lesse e rilesse quelle pagine ingiallite dal tempo, e si abbeverò largamente di fiele. Rivide là dentro sè stesso, giovine, invaghito di quella donna, e posposto al suo nobile rivale. Ma lo aveva ella amato veramente, il Montalto? No; quella fiammata di gioventù s'era spenta al partire di lui, e Lilla era andata sposa al marchese di Priamar senza rimpianto per l'uno, senza amore per l'altro. E poi…. e poi!… Bonaventura avrebbe fatte in pezzi quelle pagine, se insieme avesse potuto distruggere quella ebbrezza di sensi che aveva tratto colei nelle braccia di Paris. Ed ella non lo amava! Ciò che avvenne di poi, lo dimostrava apertamente. Ma allora, perchè un altro amore, un'altra sollecitudine, un'altra agonia, veementi del pari, se non forse di più, non avevano ottenuto uno sguardo da lei, non avevano scaldato un tratto quel simulacro di donna? A Bonaventura il raffronto, anche lontano, cuoceva. Un altro! un altro! Non lo ha amato, lo ha respinto più tardi crudelmente da sè; ma che rileva ciò? Ella è stata sua un giorno, sua, tutta sua!

E l'amarezza s'era accresciuta in cuore al Gallegos, dopo quella lettura. Come avrebbe egli incalzata la sua preda? Pregare, inginocchiarsi, egli, dopo ciò che aveva letto? La odiava troppo, in quel punto. L'arma terribile gli era venuta alle mani, ma il furore ond'era invaso, gli impediva di usarla con frutto. Aspettò, ma fremendo, ruggendo dal profondo del cuore, come un vulcano che stenti ad erompere. E i fremiti, i ruggiti di quel cuore erano tronche frasi, lontane allusioni al passato, le quali facevano tremare ad ogni istante la marchesa di Priamar. La fanciulla che avevano salvata in due gliene offriva argomento ogni giorno. E Lilla taceva, non chiedeva mai nulla, nascondendo la sua ansietà sotto le apparenze d'una pietosa sollecitudine per quella loro protetta, che ella andava a visitar di sovente, ma senza dirle alcuna di quelle parole in cui si manifesta il cuor d'una madre; e anch'essa, come il gesuita, non risolvendo mai nulla.

—Ella si vergogna,—pensava il fiero Spagnuolo;—argomenta ch'io sappia ogni cosa, ma teme ch'io parli; ama sua figlia, ma trema pel suo buon nome nel mondo. Animo, dunque, ella è mia.—

Con questo fermo proposito, il padre Bonaventura, un giorno di settembre, metteva il piede nel salotto della marchesa di Priamar.

XIV.