Non se ne dolgano i lettori; lasciamo Michele ad origliare il colloquio del padre Bonaventura col suo degno discepolo, Marianna a struggersi tra l'ansietà per quella imprudenza del suo damo e il rammarico della camicia abbronzata; e saltando una settimana, ce n'andiamo a San Silvestro, o per dire più propriamente, al monastero che si fregiava di questo gran nome, sull'altura di Castello, o Sarzano, come più talenta chiamarlo.
Sarzano e Castello, chi ben guardi, è tutt'uno. Sia che allegramente deriviate Sarzano da un pazzesco __Arx Jani__, o da un più ragionevole __fundus Sergianus__, in Sarzano, era la ròcca degli antichi Genoati, e intorno a lei, sulle falde della collina, facevano ceppo le case dell'antico municipio romano; qui, nei secoli barbari, o rimbarbariti d'intorno al Mille, sorgeva il castello dalle tre torri, che lasciò il suo ritratto ad impronta delle prime monete di Genova e le sue vecchie mura ad abitazione del vescovo, per tutto quel tempo che l'episcopato tenne la potestà civile, diventata __res nullius__ nella decadenza dei conti carolingi, fino a che i cittadini non ebbero la buona pensata di ripigliarsi il fatto loro, e di mettere i consoli in luogo dei diaconi.
Rimasto in balìa della mensa vescovile (dacchè il Comune era sceso a far casa da sè) il Castello fu arso nel 1394 dalla fazion ghibellina, perchè colà dentro, secondo narra la storia, si radunavano i Guelfi, per consigliar le cose loro con Giacomo del Fiesco. Lo restaurò nel 1403 il suo successore, Pileo de' Marini, il cui nome, col pastorale e l'altre insegne, così del grado come della sua nobiltà, si vede tuttavia scolpito in pietra nera daccanto al portone del monastero.
Ma i vescovi, poi diventati arcivescovi, che avevano già posto la sede presso il duomo di San Lorenzo, non tornarono al Castello, e nel 1449, l'antica dimora del metropolitano fu venduta a Filippina Doria, genovese, e a Tommasina Gambacurta, pisana, monache ambedue, venute in età quasi decrepita da Pisa, ov'erano vissute in quel monistero di San Domenico. Il nuovo convento s'intitolò dal __Corpus Domini__.
Pochi anni dopo, Nicolò V concedeva loro l'attigua chiesa parrocchiale di San Silvestro, che dovea dare un nome più stabile al convento, mentre le monache, domenicane dapprima, si chiamarono __donne di Pisa__, fino a tanto, riunite ad esse nel 1797 le francescane d'altri conventi soppressi, tutte si posero sotto l'invocazione di santa Chiara, e si chiamarono __Clarisse__.
A questi cenni, veramente, sarebbe luogo più acconcio un libro di storia erudita. Ce ne scusi presso i lettori la divozione paesana a quella sacra altura che serba le più antiche ricordanze di Genova. E adesso mettiamo la storia da banda lasciando ai contemporanei la cura di ricordare che nel 1857, a' tempi del nostro racconto, c'erano ancora le Clarisse nel monastero di San Silvestro. Eglino poi ci consentano di aggiungere che v'era badessa una Madre Maria Concetta, zia della marchesa Ginevra. Della qual cosa, e d'altre non poche, avranno a capacitarsi con noi, se vorranno seguirci oltre la clausura, da noi facilmente violata, senza far contro alle ecclesiastiche discipline.
Passato per tante mani nel corso de' secoli, rabberciato le tante volte, non mai riedificato dalle fondamenta, notevole pe' suoi muri da levante e da mezzogiorno, che sono ancora i vecchi bastioni di mille e più anni addietro, e pe' suoi ripiani più alti che mal dissimulano il mastio della ròcca, il monastero di San Silvestro serba tuttavia l'aspetto d'un antico castello, murato a difesa delle case circostanti, a rifugio de' loro abitatori da una scorreria di Saraceni. E mezzo monastico e mezzo militare, era nel 1857 un assai triste soggiorno, con tutta la sua felice postura, l'ampiezza de' cortili, l'allegria dei loggiati, dei terrazzi e di un orto pensile sorretto dai bastioni anzidetti, sul cui ciglio si mutava in altana, munita, giusta il costume, de' suoi ripari di lavagna traforata. Là dentro era una confusione di tetti alti e bassi, di sporgenze e di vani, di linee spezzate, di archi d'ogni forma e misura; non palazzo, ma catasta di casipole; vera delizia dei pittori di paese, e di que' rigattieri della storia, che sono gli archeologi.
Tutta quella baldoria di calce e mattoni faceva mostra di sè a chi, varcato il vestibolo, o androne che dir si voglia, giungeva nel primo cortile del monastero, tagliato a sghimbescio e attorniato da un ordine (meglio per avventura disordine) di portici, lungo i quali erano cellette, sepolture, oratorii e simiglianti. Quasi in mezzo al piazzale, una piccola tettoia, sorretta da quattro pilastri, serviva a coprire un pozzo; e un rosaio ed un gelsomino dai molteplici tronchi salivano a incoronarla co' rami, lasciando ricader dalle gronde il rigoglio delle lor ciocche frondose. Ma tutto ciò non era gaio a vedersi, neppure allorquando que' mescolati viticci facevano pompa, secondo le stagioni, d'una allegra figliuolanza di gelsomini o di rose. Il luogo tutt'intorno era uggioso; quei fiori odoravan di chiuso, davano a pensare che il cespo fosse innaffiato, anzichè dell'acqua sottostante, di lagrime.
L'orto pensile era dall'altro lato del monastero, verso levante, tra l'antico mastio e il bastione, che si vede di presente aperto ad una interna gradinata per dar l'adito a scuole governative e comunali, poste colassù da pochi anni. Ai tempi delle monache, un'altra scala, ma stretta e segreta, si apriva dal mezzo di quell'orto nelle viscere della terra, e rasentando le cisterne sotto la piazza di Sarzano, scendeva al mare, a' piè delle mura, dove una buia arcata ne dissimulava l'uscita. Quel varco, certamente antichissimo e praticato ad uso di guerra, tornò mai utile ad alcuna di quelle rinchiuse? La leggenda non ha nulla da dirci intorno a ciò; la cronaca sola ci racconta che ne' primi anni del dominio di casa Savoia quella via sotterranea fu chiusa perchè le claustrali non avessero modo di frodar la gabella. Oh secolo decimonono, secolo di prosa!
Nel 1857, l'orto, il cortile, i loggiati, se non lieti, erano puliti; i porticati sapevano di santità, o d'incenso, che torna lo stesso; l'androne, ornato di vecchie lapidi, risuonava soltanto ai passi della suora portinaia e delle rare madri che dovevano in certe ore del giorno passarci, quando erano chiamate in parlatorio; il portone ferrato si apriva soltanto nelle grandi occasioni, verbigrazia per la solennità delle monacazioni, allorquando la povera novizia, scesa sul limitare a dar l'ultimo sguardo e l'ultimo saluto al mondo profano, baciava in fronte i parenti, senza ardire di mettere il piede fuori dello scalino di marmo. E noi, che non abbiamo una di queste solennità da raccontare, lasciamo il portone chiuso, e seguitiamo per l'uscio di servizio un nuovo personaggio del nostro racconto, che è mastro Pasquale, il legnaiuolo delle monache.