Non si scandolezzino i lettori timorati, nè facciano bocca da ridere i maliziosi; qui non c'è nulla che esca di riga. Mastro Pasquale aveva passo libero in monastero (s'intende quando fosse bisogno dell'opera sua) come il muratore ed il medico, quegli curatore delle vecchie pareti, questi delle vecchie abitatrici; e al pari di queste due, c'entrava senza bisogno di tenere il campanello tra mani e sbattagliar di continuo, come si adopera in certi conventi, per dare agio di scampo alle timide spose del Signore, che vanno in volta pei corridoi.
Vi parrà un privilegio; ma per verità a mastro Pasquale non gliene importava nientissimo, e n'avrebbe fatto volentieri un presente a chi gli avesse levato dalla gobba la metà, o almeno un terzo, de' suoi sessant'anni. Del resto, anche a quarant'anni egli entrava in monastero a quel modo; chè, forse pensando di nominarlo a quell'ufficio geloso, Domineddio lo aveva fatto scrignuto e sbilenco, ornandolo per giunta d'un naso cosiffatto, che, a segarne mezzo, gliene sarebbe rimasto ancora abbastanza.
Parlando di lui col confessore (non ci si domandi per carità come ci sia giunto all'orecchio) la madre Badessa era uscita in queste parole: «sia detto senza far torto all'immagine del Creatore, il nostro legnaiuolo è brutto come il peccato mortale.»
Brutto, davvero, brutto di fuori; ma buono di dentro come i tartufi. Nè si argomenti dal paragone che mastro Pasquale ci avesse buon odore; che anzi egli sapeva maledettamente di colla e di segatura, e, come ciò non bastasse, ci metteva di costa il tabacco, ch'egli fiutava di sovente, e non del migliore; il che non vuol già dire ch'egli non fosse buon gustaio, e rifiutasse il buono quando gli era profferto. Il buono piace a tutti, soleva dir lui con un proverbio vernacolo che è certamente d'ogni paese.
Da parecchi giorni alla fila, mastro Pasquale andava al monastero di San Silvestro. C'erano colà parecchi vetri rotti da rimettere; inoltre (e questo era il grosso guaio) una finestra non chiudeva più a modo, nè gli arpioni tenevano. Così stando, cioè a dire, così non istando le cose, mastro Pasquale era stato chiamato al monastero, perchè vedesse e provvedesse lui. Ed egli aveva veduto e sentenziato che, non pure la finestra, ma la intelaiatura voleva essere rinnovata; fradicia questa, e fradice le imposte, non erano più buone ad altro che a far legna da ardere. E già, mentr'egli andava qua e là pei balconi del monastero rimettendo i vetri rotti, il mastro muratore aveva messa a posto la nuova intelaiatura, nè più rimaneva altro a fare che aggiustarvi le nuove imposte, opera accuratissima di mastro Pasquale.
Fin dal giorno innanzi le due imposte erano state portate là dentro; bisognava vedere se combaciavano colla intelaiatura, che non ci fosse nulla a piallare, nè sopra, nè sotto, nè ai lati; quindi dar loro due mani di colore, imperniarle sui gangheri, stuccare i vetri, e via dicendo. Per tutte queste bisogne andava mastro Pasquale, mezz'ora dopo il meriggio, e una conversa delle Clarisse gli apriva la porta di servizio non senza dargli ad intendere che egli giungeva troppo tardi, e troppo presto; troppo tardi, perchè era aspettato fin dal mattino; troppo presto, perchè era l'ora del refettorio, ed ella aveva dovuto scomodarsi a bella posta per lui.
—Ah, Madre, non mi dica altro!—esclamò il legnaiuolo.—Ci ho avuto più a fare stamane che chi muor di notte….
—O come?
—Vossignoria sa bene; mandar pel medico in fretta e in furia; non veder giungere il prete; il campanaro a letto colla chiave del campanile in tasca; o non le pare che ci sia un gran da fare a morir di notte? Or bene, io n'ho avuto altrettanto, colla mia Tecla ammalata.
—Oh, povera donna! Gravemente?