—Gente allegra, coi soldi in tasca! Ha da guadagnarne molti colle sue gazzette, costui: ma se li merita, in fede mia, perchè gli è buon pagatore. E quest'altra vigna che m'ha accennata? Pasquale, qui bisognerà farsi onore!—
Così, cogli avuti in tasca, e cogli sperati in testa, il gobbo legnaiuolo si sentì leggero come una piuma. E certo assai più leggero del solito, sebbene con cinque marenghi in una mano e cinque nell'altra (tanto per non destar gelosie) pesasse molti grammi di più, risalì la scala che metteva in casa. Spinse l'uscio colle spalle, senza cavare i pugni dalle tasche ed entrato nella sala, con un piglio da trionfatore romano, andò a piantarsi dinanzi alla moglie, che se ne stava ancora rincantucciata presso la finestra, sebbene il sole fosse sparito da un pezzo.
—Tecla,—entrò egli __ex abrupto__,—quanto credete abbia a costare uno sciallo di tartano?
—Lasciatemi in pace. Che storie sono queste?
—Vi domando quanto credete abbia a costare uno scialle di tartano.
Parlo turco, forse?—
Tecla si voltò tra curiosa e stizzita a guardarlo.
—Siete diventato ricco in mezz'ora?—gli chiese ella a sua volta.
Pasquale non rispose, bensì risposero le tasche per lui, nelle quali il legnaiuolo facea saltellare quelle dieci monete. Tecla, a quell'armonico tintinnio, aperse tanto d'occhi e mutò la smorfia in sorriso.
—Che so io, quant'abbia a costare?—-diss'ella.—Dieci, quindici lire…. sono tanti anni che non compro più nulla!
—Eccone venti!—soggiunse superbamente Pasquale. E cavata una mano di tasca, gettò una moneta in grembo alla moglie, che fu pronta a metterci addosso ambe le sue. Egli, allora ridendo, così prese ad ammonirla: