—Son vecchio!—rispose sospirando Michele.
—Baie! Vecchio è chi muore; non è vero, mastro Pasquale? Ma, non ci dilunghiamo in chiacchiere; come la è finita? Per colpa nostra ci avete perduta la clientela?
—Sicuro, e il pentolino per giunta, che ho lasciato nell'orto.
—Lasciare il pentolino in mano al nemico, non fu mai disonore se non pei Giannizzeri, i quali portavano le pentole in luogo di bandiere;—sentenziò il giornalista.—Eccovi da comperarne un altro.—
Il legnaiuolo strabuzzò gli occhi e diede un sobbalzo, alla vista di dieci marenghi che gli metteva dinanzi il Giuliani.
—Prendete, prendete! Questi vi consoleranno un poco della perdita che avete fatta lassù. Notate inoltre che la zecca che gli ha coniati lavora sempre, e ce ne saranno degli altri. L'amico Garaventa vi chiamerà di questi giorni in un certo palazzo, dove troverete una bella vigna da sfruttare, poichè il padrone fa casa nuova con suppellettili fatte venire a bella posta da Parigi, tutte di legno rosa, magaleppo, palissandra, madreperla, e a voi si darà l'incarico di arredar la cucina ed il quartierino della gente di servizio.
—Certo, ha da essere la casa degli sposi?
—L'avete indovinata, Pasquale. Or dunque addio; __jam vale, generose senex__, e grazie tante di ciò che avete fatto. Io non vi innalzerò una statua, come è fama che facessero ad Esopo i Milesii; ma state sicuro che io, col racconto della vostra impresa nobilissima, vi tramanderò all'ammirazione dei posteri.
—Passati, presenti e futuri—aggiunse Michele, stringendo la mano al più allegro dei gobbi.
Mastro Pasquale accompagnò il Giuliani sull'uscio con molti inchini, e ricambiò a Michele un amorevole buffettone che questi gli avea dato sulle spalle, a mo' di commiato.