—Dite pur logori, se parlate per me;—soggiunse il Giuliani.—Il mio cuore ha cinquant'anni; il mio cervello ne ha cento. Tirate la somma; cento cinquanta; o non vi pare ch'io n'abbia da vendere, d'anni e d'esperienza, a moltissimi? Ora, questa m'insegna che chi si fida rimane ingannato. Quel vostro vecchio sarà un brav'uomo; ma non mi capacita. Chi è costui? Non sapete il suo nome, ed egli sa il vostro; non sapete neppure da che parte egli venga….

—Questo lo so;—interruppe il Salvani;—dal Brasile, dove ha vissuto lunghi anni; dall'Asia, che egli ha viaggiata da capo a fondo, innanzi di venire in Italia.

—Ah!—interruppe Giuliani, a cui in quel punto tornava la memoria smarrita.

—Che c'è?—chiese Lorenzo, volgendosi a lui.

—Nulla, nulla!—fu pronto a risponder l'altro.—Questi sassi non mi riconoscono più, e mi hanno quasi storpiato. Per fortuna sto saldo sulle gambe; se no, me ne slogavo una, a dir poco.—

Lorenzo, intento com'era nel suo racconto, non s'addiede del sotterfugio.

—Volete riposarvi?—diss'egli.

—No, no;—rispose il Giuliani.—Già siamo vicini al piazzale; andremo a sederci a tavola. Non ricordate che ho fame?—

E fatte queste parole, proseguì la sua strada, leggermente zoppicando.

—Basta, lasciamo il vecchio da banda,—disse egli, per mutar discorso.—Ho a dirvi di cose importanti…. Ma non mi fate, per carità, quella cera da funerale. C'è del nuovo, ma volgerà in bene; il gesuita e quella birba matricolata del suo scolaro, si saranno aguzzato il palo sulle ginocchia.—