—E a che prezzo li venderò?
—Non si dia pensiero per questo; domanderemo ad un confettiere.—
E andarono da uno dei più riputati della città, il quale comperava quella derrata a una lira e venti centesimi il chilogramma, ed era pronto a pigliarne anche quattro quintali.
—Ma noi li abbiamo in partita; venti quintali, ce n'abbiamo,—rispose il sensale.—Li comperi tutti e venti, e dia qualche centesimo di meno.
—Son troppi pel mio bisogno;—disse il confettiere.—Ma via, per far piacere, li piglierò a una lira e dieci.
—E quando vuole la mercanzia?
—Anche subito.—
Al giovinotto pareva di sognare. Quella robaccia valer tanto! La sua mente si sentì sollevata d'un tratto alle più alte sfere del traffico; gli parve allora di capire in che modo certuni di sua conoscenza fossero diventati straricchi in breve ora, e gli balenò perfino il vasto concetto d'incettare i nòccioli di tutte le pèsche, duràcine e spartitoie, che si sarebbero mangiate l'anno seguente in città.
—Vede Ella?—gli andava dicendo frattanto il sensale.—È affar fatto. Il confettiere è una birba, che ci guadagna ancora il trenta per cento, perchè i nòccioli si pagano una lira e cinquanta al chilogramma, e a volte anche più caro, laddove noi gli si dànno a una e dieci. Del resto Ella non ci perde, anzi fa un contratto d'oro; chi ci perde è il capitalista, che le dà per uno, ciò che Ella rivende uno e dieci, facendo un guadagno netto di quattrocento lire.
—In verità, me ne duole;—disse il giovinotto,—povero capitalista! non gli si fa forse un mal tiro?