«IL DUCA DI FEIRA.»
Lo stupore di Aloise si accrebbe (e non poteva essere altrimenti) dopo quella lettura. Il duca di Feira! Quel nome gli era noto, perchè da qualche tempo, nelle conversazioni, nelle veglie, in ogni ritrovo della signoril compagnia, era un gran discorrere di quel Portoghese, Americano, o Indiano che fosse, il quale era ricco sfondato come un principe delle __Mille e una notte__, e viveva solitario nella sua opulenza, alieno da ogni maniera di passatempi e da tutto quanto potesse dare alla curiosità universale l'appiglio d'una conoscenza più prossima. Solo il sindaco della città aveva posto piede nel suo salotto, e ciò perchè egli s'era recato a debito di ringraziare il nobile forestiero di uno splendido presente fatto al museo Civico e d'una ragguardevole offerta ad un istituto di carità cittadina. Accolto dallo straniero in quel modo che si conveniva al primo magistrato della città, il sindaco non avea parole per lodarsi di quel magnifico gentiluomo in guisa degna di lui. La visita era stata ricambiata il giorno seguente, e le relazioni estere dello straniero erano rimaste a quel punto. Alcuni giorni dopo, egli era partito da Genova e dicevasi per una gita di parecchie settimane in Toscana. Diffatti, il suo palazzo era rimasto aperto; le mute della sua rimessa uscivano regolamente ogni giorno per tenere in moto i cavalli, e l'intendente faceva le sue corse in carrozza, seduto al posto del duca.
Fino dal primo apparire di quel ricco signore, la gente curiosa s'era fatta a pigliar lingua qua e là, dovunque potesse cavar notizie del misterioso personaggio. E presto aveva dovuto capacitarsi che di misterioso non c'era nulla fuorchè l'apparenza. Il duca di Feira era un duca autentico, padrone di una miniera aurifera nel Brasile, dov'era tenuto in gran conto, ma dove da molti anni si vedeva di rado, essendo egli un gran viaggiatore nel cospetto di Dio. Questo si era saputo dai banchieri, presso i quali il duca di Feira era larghissimamente accreditato. Nè andò molto che fu noto ancora come l'imperator del Brasile avesse profferta al duca la sua ambasciata presso la corte di Torino, od altra che più gli tornasse a grado, e come egli avesse ricusato quell'alto onore per ragioni di salute. Viaggiava l'Italia, dopo aver visitato l'Asia e il settentrione d'Europa; a Genova gli era parso confacente il clima, e faceva conto di rimanervi più a lungo; non amava la compagnia, perciò usciva solitario. Tutto ciò era naturale, e nessuno poteva trovarci a ridire.
Ma non sembrò naturale del pari ad Aloise quella intromissione dello straniero nelle sue cose domestiche. Bene intendeva egli come il duca di Feira avesse voluto fargli servizio; ma perchè, poi? Come era venuto in chiaro delle sue strettezze? E in che modo aveva potuto metter la mano sulle cambiali, il giorno innanzi la scadenza?
A tutte quelle domande, che lo tennero a lungo dubbioso, recò una risposta, o a dire più veramente gli recò il modo di trovarla di per sè, l'amico Pietrasanta, tornato da lui dopo due ore d'assenza. Enrico aveva veduto, due giorni innanzi, il Giuliani; si erano intrattenuti a lungo sul caso di Aloise, e il Giuliani aveva suggerito ad Enrico di tentare la prova presso il duca di Feira, che gli era noto come un compìto gentiluomo, e dispostissimo, per la bontà somma dell'animo, a far servizio altrui. Certo era arditezza grande il presentarsi al duca, senza conoscerlo; ma il Giuliani, che avrebbe parlato volentieri egli stesso al duca se non avesse reputato di correr troppo alla leggera, non essendo col marchese di Montalto in molta dimestichezza, offriva al Pietrasanta di dargli un suo biglietto di visita che lo introducesse presso il duca e gli agevolasse il suo compito. Enrico era rimasto perplesso: ma avendogli detto il Giuliani saper egli di buon luogo che gli strozzini avevano fatto mettere ad Aloise la girata su cambiali false, tanto per condurlo ad un tristo passo, aveva veduto esser quella l'unica via di salvezza, e senza dirne nulla ad Aloise, era andato dal duca; ma non lo aveva trovato in casa, con suo grande rammarico; nè certo avrebbe raccontato di quei suoi infruttuosi negoziati ad Aloise, se non avesse vedute le cambiali e la lettera del duca, la quale gli dimostrava che il Giuliani, dato il consiglio, aveva stimato più acconcio mettere i fatti di costa alle parole, e, più fortunato di lui, aveva potuto parlare col duca.
Un brivido corse per l'ossa ad Aloise, e stille di sudor freddo gli bagnarono la fronte, allorquando dal racconto dell'amico udì il pericolo che aveva corso. Acerbi erano i dolori dell'anima sua, e tali da fargli considerare gran ventura la morte; ma i suoi tormenti non erano stati inaspriti dal pensiero dell'infamia. Certo, una così scellerata trama non era di volgari usurai; ed egli tremò, pensando a quel laccio che era stato teso al suo onore, e dal quale egli si era inconsapevolmente salvato, mercè l'operoso affetto del Giuliani, di un amico recente.
Come si fu riavuto da quel colpo, ringraziò il Pietrasanta, benedisse al Giuliani, e spremuto dal cuore quell'ultimo avanzo di alterigia che pochi istanti prima lo avrebbe forse condotto a ricusare il servigio dello straniero nel modo in cui gli era offerto, prese la penna e scrisse questo biglietto al duca di Feira:
«<i>Signor Duca</i>,
«Grazie! che vi dirò io di più? Grazie, e dal profondo del cuore.
«Abbiatevi la Montalda, della quale io non posso chiedervi più di quello che v'è costato il riscatto delle cambiali. Voi certamente le avete riscattate per farmi servizio, e quello che è giunto or ora al mio orecchio, e mi confonde tuttavia di sgomento e di vergogna, me ne fa testimonianza certissima.