—Sì, padre, egli in persona, capitato a Genova in buon punto per scompigliare i vostri disegni.
—Come c'entrate voi?—chiese il gesuita.
—È un mio segreto, ed io non ho la pretensione d'insegnare a voi che i segreti si custodiscono gelosamente.—
Bonaventura si morse le labbra; egli padrone di tanti segreti, non possedeva questo, che doveva essere dei più rilevanti, poichè aveva condotto quell'uomo tra' suoi piedi, a guastargli un'impresa così bene avviata.
—Son prigioniero qui dentro?—diss'egli, dopo un istante di pausa.
—No, in fede mia;—rispose il duca di Feira.—Che cosa farei d'una vipera come voi? Un farmacista se ne gioverebbe per le sue infusioni; io, che non ho infermi da risanare, ma soltanto amici da custodire contro i vostri morsi avvelenati, non vi terrò oltre il tempo bisognevole per istrapparvi i denti.
—Che cosa intendete di dire?
—Eccovi un altro segreto; ma questo lo indovinerete voi stesso tra breve. Ragioniamo un tratto, e sedete senza timore. Sono più forte di voi; posso stritolarvi con queste mani, ma non abuserò della mia forza.—
Così dicendo il duca di Feira si assise egli stesso, ma in guisa da aver gli occhi verso l'entrata del salotto.
—Avete vinto;—bufonchiò il gesuita.—Che volete ancora da me?