Nella sua mente era una confusione, un turbinio di pensieri; ma uno solo, se per avventura non signoreggiava gli altri tutti, certo era il più spiccato e costante. Il suo segreto scoverto? Ma come? Chi era, donde sbalestrato per suo danno, quel duca di Feira? E perchè era venuto a piantarsi, ostacolo insuperabile, tra lui e la sua vendetta, proprio nel punto che egli stava per coglierne il frutto? Nello scompiglio in cui l'aveva posto quella apparizione improvvisa, Bonaventura giunse perfino a chiedere che cosa avesse egli fatto a quell'uomo, egli che non soleva credere a scrupoli, e, pur di raggiungere la meta, non s'era mai fatto carico degl'innocenti che calpestava nel proseguir la sua strada. Ma così, buoni e tristi, siam tutti, misera progenie di Caino; egoisti, feroci, senz'altro divario che quello del più o del meno, pronti ad ascoltar la ragione, ad invocare il giusto e l'onesto, dove non entri l'appagamento dei nostri desiderii.
Come tutti se ne andavano in fumo i disegni di Bonaventura! Come gli crollava miseramente dintorno il suo edifizio, con tanta cura inalzato! Egli era come il matematico che ha condotto a fine un calcolo complesso, frutto di lunghe meditazioni, di veglie sudate, e s'avvede che il conto, così diligentemente condotto, non torna. Come s'è ficcato per entro, e dove si nasconde l'errore? Ecco intanto, il suo edifizio di numeri e di segni algebrici, pericola; egli non sa, non può indovinare dove manchi, se alla base od al vertice, sui lati o negli angoli. Ei lo aveva pure incominciato con tanta diligenza, tirato innanzi con tanta pazienza di prove e riprove! Rifarsi da capo? Paurosa fatica! E gli sarebbero bastate le forze? V'hanno di tali cadute, dalle quali non è più dato rimettersi.
Bonaventura, quel forte atleta, fino a quel giorno invitto, era affranto, nè intendeva le cagioni di quella grande rovina. Se in quel punto gli avessero detto:—tu ti butterai da una finestra—egli avrebbe risposto: può darsi, purchè sfracellandomi il capo, io possa distruggere la coscienza di me medesimo, la mia rabbia, la vergogna della sconfitta, il dubbio che mi tormenta.
Perchè c'era anche un dubbio, un orribile dubbio che gli avevano soffiato nel cuore le ultime parole del duca di Feira. Questo dubbio non aveva anche preso forma chiara e ricisa nella sua mente; ma c'era, e gli pungeva il cuore aspramente, e lo faceva correre, volare smanioso per le scorciatoie verso il palazzo Vivaldi. Giunse affannato al portone; salì in furia le scale; giunse al pianerottolo del suo quartierino; suonò, bussò, tempestò l'uscio, ma invano. Nessuno rispose; la sua casa era muta.
Che sgomento lo assalisse in quel punto, è più facile argomentare che descrivere. Le parole, che si seguono ordinate sulla carta, non valgono a dipingere i moti, i turbamenti improvvisi dell'animo, il sangue che rifluisce ardente al cervello, la vista che si offusca, il cuore che trema, e tutto quel misto di acute sensazioni che rispondono ad ogni parte più riposta della macchina umana.
Tentò di raccapezzarsi. Dov'era la signora Marianna? Dove poteva essere, a quell'ora? Egli aveva bensì detto alla sua governante che sarebbe tornato sulle dieci; ma lo avea detto a guisa di notizia, perchè ella non avesse a stare in angustie, e non già per darle una libertà, che ella non s'era mai tolta. La signora Marianna non usciva mai di sera; qualche rara volta nel pomeriggio, ma innanzi l'Avemmaria era sempre rientrata.
Scampanellò da capo, tambussò l'uscio, fece un diavoleto; ma nel suo quartierino non udì segno di vita.
Uno strepito d'uscio che si apriva, un passo affrettato, si udì poco stante nelle scale. Era un servitore dei Torre Vivaldi, che a quella tempesta di suoni s'era scosso dalla panca su cui sonnecchiava, e veniva a vedere che diavol fosse che metteva a rumore la casa.
Risovvenendosi allora della porta di comunicazione che c'era tra l'abitazione dei Torre Vivaldi e il suo quartierino, Bonaventura dimandò al servo se Sua Eccellenza fosse in casa, e udito che sì, scese le scale per andare dal marchese Antoniotto.
Il tempo che pose il servo ad annunziarlo al padrone, fu a mala pena bastante al gesuita per rimettersi un tratto dal suo turbamento. Il marchese Antoniotto era seduto davanti alla sua scrivania; ma tosto si alzò per farsi incontro al Gallegos, e per chiedergli con garbo signorile qual buona ventura gli procacciasse di vedere il padre Bonaventura in quel punto. Dal bisticcio è agevole argomentare che il tiranno di Quinto era di buon umore oltre l'usato; per giunta si stropicciava le mani, come il suo avversario in Parlamento, che era (i lettori non l'hanno dimenticato di certo) il conte di Cavour, ovvero il mugnaio di Collegno, com'egli soleva chiamarlo.