Com'ebbe udito da Bonaventura perchè egli fosse sceso da lui, il marchese Antoniotto fu sollecito a mandare il servo a quel pianerottolo cieco, dov'era l'uscio ferrato che separava l'ammezzato della gente di servizio dal quartierino del gesuita, per vedere se a caso, tirando il catenaccio da dentro, si potesse aprire. Ma Bonaventura non lo sperava, ben sapendo che anco dal lato suo quell'uscio soleva star chiuso. Diffatti, pochi minuti dopo, tornò il servitore, per dire a Sua Eccellenza che non aveva potuto aprire, essendoci l'altro catenaccio chiuso di fuori.

—Andate subito pel fabbro ferraio, e non si perda tempo;—disse il marchese Antoniotto al servo, che incontanente si mosse.—E intanto che Ella aspetta, voglio farle vedere un discorsetto che sto preparando pel Senato. Ho scritto tutt'oggi, e non sono scontento de' fatti miei. Sentirà a giorni il Cavour, come lo concio, colle sue dottrine di libero scambio. Eretico in economia politica, come in religione; questo gli dico, e glielo provo. Vuole udir Lei, padre Bonaventura, a che modo finisco?—

Il gesuita balbettò alcune parole di assentimento.

—Sto preparandomi,—soggiunse a mo' di preambolo, il marchese Antoniotto, mentre veniva rassettando sulla scrivania i due o tre ultimi fogli inchiostrati per quella sua fatica oratoria,—sto preparandomi alla nuova sessione, che comincia in dicembre, nella quale ho fatto proposito di adoperarmi più alacremente che non facessi finora. Le ragioni del nostro partito lo vogliono; anche a Parigi mi s'è fatto capire dai nostri amici che io mi tengo troppo lontano dalla cosa pubblica. Ed hanno ragione; chi si tiene in disparte non giova a sè, nè alla sua parte. Ella ricorderà, padre Bonaventura, d'avermelo detto più volte.—

Bonaventura non ricordava nulla, non intendeva nulla, e questo si capiva facilmente. La sua fantasia correva a briglia sciolta, faceva cento leghe al minuto secondo. Così fuori di sè, lasciò che il marchese Antoniotto parlasse a sua posta, spiegandogli il suo discorso, pigliandosi una pregustazione di trionfo oratorio.

Il marchese Antoniotto leggeva a modo, sebbene con enfasi; ma ciò non guastava, perchè egli non portava i quaderni alla tribuna. A furia di leggere, imparava i suoi discorsi a memoria, e poteva dar colore d'improvvisazione allo scritto. Però, quella lettura tornando ad esercizio della sua meditata eloquenza, era naturale che volesse afferrar l'occasione, leggendo caldo caldo il suo discorso all'amico.

Ma gli era proprio un discorso? Più conveniente sarebbe il chiamarlo discorsa. Fatta così in anticipazione di due mesi, la cicalata del nostro senatore non aveva, nè poteva avere attinenza con alcun particolare argomento; sfiorava ogni questione delle tante che bollivano allora; parlava, come suol dirsi, __de omnibus rebus et de quibusdam aliis__, dei concetti economici del conte di Cavour, della politica interna del suo collega Rattazzi, della falsa via che si batteva a volersi inimicare coll'Austria, dei fuorusciti e dei rompicolli che turbavano la ragione di Stato, e dei pochi, ma veri e saldi amici rimasti allo Statuto, che erano (non ridete!) i cattolici. Questo era un colpo maestro, e il marchese Antoniotto se ne teneva. E fu qui che il valentuomo ingrossò la voce, per istrappare l'applauso al suo taciturno uditore.

—«…. Imperocchè, o signori, la nostra vita è consacrata a Dio, al principe, alle leggi, e il biasimo de' tristi ci torna a gloria; imperocchè i popoli hanno inteso non poter esser loro nemici coloro che si oppongono ad una barbarie, la quale minaccia la famiglia e la proprietà, e tenta confondere in una sola jattura le infrante corone, gli statuti violati e le pietre de' santuarii. Non vuol la rovina dello Stato chi vuole la patria fiorente per arti e commerci. Se noi difendiamo la causa della religione, si è perchè in essa risiede il palladio e la forza del Piemonte; perchè ella insegna ai governati il rispetto delle leggi, la coscienza dei diritti, la santità dei doveri. Bando alle recriminazioni di parte; ci prenda pensiero delle gravi necessità della patria, che aspetta di veder rimarginate le sue orride piaghe, alleviati i suoi gravissimi pesi, protette le sue povere industrie. Dietro a noi sta la nazione, che nella fede gloriosa dei suoi padri vede il labaro di salute pe' suoi minacciati destini.»—

Qui finiva il discorso, e l'oratore si volse a Bonaventura per chiedergli il suo parere e pigliarne le lodi. Ma egli s'avvide allora, con sua gran meraviglia, che il gesuita, non pure non era in grado di rispondergli, ma non aveva inteso una parola della sua stupenda orazione.

—Ella è turbata, padre Bonaventura?—esclamò il marchese Antoniotto.—Abbia un po' di pazienza; il fabbro ferraio non tarderà molto a giungere….