—Pazienza!—soggiunse il gesuita, richiamato da quelle parole in sè stesso.—Ella ne parla a suo agio, signor marchese! Ma io, qui sotto, vedo un tranello….

—Che? Non bisogna poi correre per le poste, com'Ella fa!—disse il marchese Antoniotto.—La sua governante sarà uscita per qualche urgente bisogna domestica, e quando tornerà, sarà molto meravigliata di sapere il gran caso che Ella ne ha fatto. Ma ecco il servitore; orbene?

—Il fabbro ferraio è in anticamera, coi suoi ordigni, che aspetta;—rispose il servitore, giunto allora, a cui era rivolta l'ultima parola del marchese Antoniotto.

—Andiamo, dunque, andiamo!—gridò Bonaventura, balzando dalla seggiola e correndo all'uscio, con un piglio da spiritato.

Vedendo in che stato si fosse il suo riveritissimo amico, il marchese Antoniotto si degnò di accompagnarlo, ed ambedue uscirono sulle scale, seguiti dal fabbro ferraio che li aspettava coi ferri del mestiere tra mani, e dal servitore che portava una lucerna per rischiarare la via.

Ma in quella che muovevano i primi passi per salire al a di sopra, un nuovo personaggio comparve sul pianerottolo. Era il Collini.

—Padre,—diss'egli a Bonaventura, mentre faceva un profondo inchino al marchese Antoniotto,—son già venuto due volte a cercarvi.

—Torno adesso;—gli rispose brevemente il
gesuita.

—Ho a parlarvi di cose gravi;—aggiunse sommesso il Collini.—Un caso strano, inaudito.

—Più tardi, più tardi,—gli aveva già detto Bonaventura; senonchè alle ultime parole del discepolo si fermò, ed aggiunse,—che cosa?