—Le cambiali sono state pagate.

—Ah! che dite voi mai?

—Sì, pagate stamane dal banco Teirasca. La vendetta m'è sfuggita pur troppo!—

Bonaventura fu colto da un capogiro, per modo che dovette aggrapparsi alla ringhiera, e un grido gli sfuggì dalle labbra.

—Che c'è?—dimandò, voltandosi indietro, il marchese Antoniotto, che già li aveva preceduti su per le scale.

—Nulla!—rispose il gesuita, scuotendo il capo, come per liberarsi da quella oppressura.—Presto, presto, signor marchese! apriamo quell'uscio! che io entri in casa mia…. che io m'assicuri!…—

E barcollando a guisa d'ubbriaco, salì le scale, dietro al Torre Vivaldi, al suo servitore e all'artigiano che doveva aprir l'uscio e dargli il passo alla sua camera da studio.

Senza capir nulla di quel tramestìo, il Collini seguì la comitiva su per le scale; ma all'affanno di Bonaventura, all'affaccendarsi del marchese Antoniotto, intese che c'era un guaio de' grossi. Quella era stata per lo scolaro una giornata di disgrazia; ogni cosa anche pel maestro doveva andare alla peggio. Bonaventura, quell'uomo così forte, così padrone di sè, gli appariva stravolto, irrequieto, furente. Egli ben lo vedeva, al chiarore della lucerna, acceso in volto, il collo teso, seguire con gli occhi sbarrati e sanguinanti i moti dell'artigiano, che andava sperimentando l'un dopo l'altro i suoi ferri nella serratura restìa.

Non era facile impresa lo aprire quell'uscio. Toppa indiavolata! aveva detto il fabbro, in quella che cambiava per la seconda volta di grimaldello; e già cominciava a tirar giù qualche santo del paradiso, senza che Bonaventura e il cattolico senatore mostrassero di scandolezzarsene punto.

Finalmente uno di que' ferri fece buona prova; la stanghetta, allo scattar della molla si mosse d'una mandata. Al gesuita grillarono gli occhi.