—Sia lodato il cielo!—esclamò il marchese Antoniotto, intanto che il grimaldello toglieva la seconda mandata.

—Sì, ecco fatto;—soggiunse l'artigiano cavando fuori il ferro ricurvo dal buco, e spalancando l'uscio con un gagliardo spintone.

Bonaventura non disse verbo; si cacciò dentro a precipizio, e senza aspettare l'aiuto del lume, corse nella sua camera da studio, dove, anzi che gli altri lo seguissero, aveva già brancolato alla nota parete, e tentata colle unghie la commessura dei battenti dell'armadio. Quel ripostiglio era chiuso, ed egli respirò un tratto. Uscì allora, e passato in mezzo al marchese Antoniotto e al Collini, che già si affacciavano sulla soglia, infilò il corridoio che metteva alle camere di servizio. La governante non c'era; ma ogni cosa gli parve a suo posto.

—Ella vede che non manca nulla;—disse allora il marchese, che gli aveva tenuto dietro con amorevole cura,—si calmi, adunque; or ora tornerà la sua governante, e ben potremo dire d'esserne usciti colla paura.—

Il gesuita non gli badò più che tanto. Accesa in fretta una bugia, ripigliò la via dello studio.

—Mi lascino solo un tratto, di grazia!—diss'egli, temperando più che gli venne fatto coll'accento la durezza della frase.

I compagni, che erano già per seguirlo, si rattennero. Egli entrò e tirò l'uscio dietro di sè. Lo avrebbe chiuso senz'altro, se un sentimento di onesto riguardo al marchese Antoniotto non lo avesse trattenuto in buon punto.

Il Torre Vivaldi approfittò di quella sosta per licenziare il fabbro ferraio.

—Quanto volete per la vostra fatica?

—La sua buona grazia, illustrissimo.