—Eccovi cinque lire, andate.—

L'artigiano fece un profondo inchino, e se ne andò. Il marchese Antoniotto si volse allora al Collini, che era rimasto pensieroso in mezzo all'anticamera; ma in quella che stava per volgergli la parola, si udì un grido dallo studio, e il tonfo, di un corpo che stramazza sul pavimento.

Che cos'era egli mai accaduto? Chiusosi a mala pena nella camera, Bonaventura era andato sollecitamente all'armadio. Il cuore gli batteva violentemente, per modo che egli stesso le udiva le pulsazioni, confuse con quelle del sangue che gli martellava alle tempie. In quell'orgasmo trasse di tasca una piccola chiave che egli portava sempre con sè; l'introdusse con mano tremante nella serratura, e ansante, affannoso, trambasciato, schiuse i battenti che nascondevano ancora a' suoi occhi il ripostiglio geloso. Maledizione! I due scompartimenti dell'armadio erano vuoti. I ventiquattro volumi delle opere di Santo Agostino non c'erano più; la cassettina d'ebano era sparita.

Rimase un istante immobile, guatando a quella volta con occhi sbarrati e scintillanti. Orribile a vedersi! Sulla fronte livida appariva, smisuratamente ingrossata, una vena nerastra. Anch'esse le vene del collo nereggiavano, ingorgate di sangue, tese a mo' di corde sotto la pelle pavonazza, che pareva sul punto di rompersi. Fremevano le nari dilatate; le labbra, agitate da un moto convulsivo, tremavano. Ruppe in un grido; ma il grido si spense tosto in un rantolo; la lucerna gli sfuggì dalle dita; le mani brancolarono nel vuoto, come cercando un appiglio; e quella mole fulminata stramazzò rovescioni sul pavimento.

Al grido e alla caduta di Bonaventura, il Collini e il Torre Vivaldi erano accorsi nella camera. La vista che si offerse al loro occhi, li colmò di spavento.

—Povero amico! che sarà mai?—gridò il marchese Antoniotto, più morto che vivo, in quella che pur s'industriava a rialzare il caduto.—Presto, qua il lume! Ed Ella, signor dottore…. Il cielo l'aveva proprio mandata a tempo!—

La prima occhiata del Collini, appena il servitore giunse colla lucerna, fu per l'armadio spalancato, dov'egli ben sapeva come il maestro custodisse la cassettina d'ebano ed altre carte di rilievo. Alla vista degli scaffali vuoti si sentì venir meno; gli si offuscarono gli occhi, e rimase come smemorato in mezzo alla camera.

—Che fare, adesso?—proseguì il marchese Antoniotto.—A lei, dottore, questo è affar suo. Non sente che rantolo?—

Queste parole, e la vista di Bonaventura, al cui volto livido il servitore aveva accostata la lucerna, richiamarono il Collini alle cure del suo ministero. Si pose ginocchioni presso il maestro, mentre il marchese Antoniotto gli sosteneva il capo tra le braccia; gli toccò il polso, e battè le labbra in atto di sfiducia; cavò un cerino, lo accese, e ne accostò la fiamma agli occhi di Bonaventura, che erano spalancati, ma vitrei, stravolti. La pupilla rimase immobile, senza dare alcun segno di contrazione.

Il discepolo allora si fece a chiamarlo ad alta voce più volte; ma invano. Il rantolo del moribondo si faceva a mano a mano più fioco; una spuma sanguinolenta gli gorgogliava sulle labbra, che apparivano violentemente contratte da un lato. Il Collini fu pronto a trar fuori la busta chirurgica, e cavatane la lancetta, aperse largamente la vena giugulare, donde spiccarono poche gocce di sangue nerastro, già mezzo rappreso. Volse la lancetta all'arteria temporale; neppure una goccia di sangue ne uscì. Sbottonato in furia il panciotto, strappata la cravatta, fatta la camicia a brandelli, pose l'orecchio alla regione del cuore, ma non gli venne udita la più lieve pulsazione.