—Io?…—esclamò Aloise con impeto. E già era per uscire di riga; ma ravvedutosi in tempo, sorrise malinconicamente, e diè ragione all'amico.—Sicuro; anch'io, sebbene mi sia costato una grossa fatica. Sento ancora un po' di bruciore; ma passerà anche questo tra breve.

—Farai bene. Sorridi, Aloise, rallègrati: tu sei nato vestito. La
Usodimare è invaghita di te.

—Eh via!

—Ho detto male; dovevo dir cotta e stracotta. Ella ancor ier l'altro si lagnava di non vederti più spesso; ella giura per te, non sa parlar che di te. Amala, Aloise; amala…. e credila, come dicono tutte le lettere, all'ultimo verso.

—Pazzo!

—Savio, Aloise! Ricòrdati che m'hai paragonato più volte ad uno dei sette Savi della Grecia.—

Con queste chiacchiere era finita la colazione. Pochi minuti dopo, i due amici, tornati in sella, galoppavano alla volta di Genova.

Colà giunti, il Pietrasanta tolse commiato da Aloise, per andare a mutar d'abiti. Aloise, nel dipartirsi da lui, non ebbe cuore di annunziargli che andava quel giorno medesimo alla Montalda, temendo che l'amico avesse a leggergli, tra una parola e l'altra, il suo disperato proposito; ma gli strinse più e più volte la mano, e gli disse:

—Enrico, tu sei un ottimo giovane; ti auguro ogni
fortuna.

—È una tratta sulla Monterosso, questa!—aveva risposto il
Pietrasanta.—Corro a presentarla oggi stesso al vezzoso banchiere.—